The Dawn of Everything: A New History of Humanity

David Graeber e David Wengrow

1 fonte

In quest’opera ambiziosa, l’antropologo David Graeber e l’archeologo David Wengrow propongono una nuova storia dell’umanità, mettendo radicalmente in discussione le narrazioni tradizionali sull’origine della disuguaglianza. Gli autori criticano le visioni di Rousseau e Hobbes, le quali suggeriscono che la perdita della libertà sia stata una conseguenza inevitabile della crescita demografica e dello sviluppo dell’agricoltura. Attraverso le più recenti scoperte archeologiche, il testo dimostra invece che le società antiche erano caratterizzate da una straordinaria varietà di forme politiche e da audaci esperimenti sociali. Il libro invita quindi a riscoprire le libertà fondamentali che ci rendono umani, sostenendo che un futuro più giusto e partecipativo sia ancora possibile. Questa sintesi interdisciplinare mira a liberare il nostro passato dalle catene concettuali che limitano la nostra capacità di immaginare il cambiamento.
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Il problema controverso è l’emergere del Sapiens dotato di linguaggio articolato. Dal punto di vista biologico si tratta dello stesso Sapiens ma che ha progressivamente acquisito una forma di linguaggio evoluto che lo ha messo in grado di organizzarsi in forme anche numericamente consistenti.

Qui la parte finale della discussione con NotebookLM
DOMANDA. Per quanto io condivida il fatto che Murray Bookchin faccia riferimento a conoscenze paleoantropoligiche superate, ritengo che

  1. La corposità della sua analisi contenuta in Ecology of Freedom non sia confrontabile con il pur importante libro di David Graeber e David Wengrow.
  2. da questo punto di vista mi pare enormemente riduttivo fare un paragone del tipo “Gli autori definiscono l’«ecologia della libertà» (o «agricoltura per gioco») come la capacità delle società umane di sperimentare la coltivazione senza restarne intrappolate”.
  3. Peraltro le carenze di conoscenza paleoantropologiche di Bookchin potrebbero essere riferite anche ai due autori che sembrano sottovalutare completamente che il linguaggio articolato ha messo Sapiens 2.0 (vedi Ian Tattersall, Telmo Pievani,…) nella condizione di rendere la caccia un’attività fortemente invasiva e distruttiva che ha portato alla eliminazione in tutti i continenti della mega fauna. I Sapiens hanno una doppia natura da un lato distruttiva dall’altro creativa, e dobbiamo dire che i sistemi di potere si basano e hanno enfatizzato la natura distruttiva addirittura schiavizzando la natura creativa.

RISPOSTA. Hai sollevato punti molto profondi che toccano il cuore del dibattito sulla natura umana e la storia.

Ecco come i due autori rispondono, nelle fonti, alle tue riflessioni:

  • Sulla “doppia natura” umana: Gli autori concordano pienamente con te: definiscono l’essere umano come una «creatura dell’eccesso», il che ci rende contemporaneamente la specie «più creativa e la più distruttiva di tutte». Sostengono che le classi dominanti siano proprio quelle che hanno organizzato la società per appropriarsi di questa tendenza all’eccesso e alla creatività.
  • L’estinzione della megafauna: Il libro non ignora l’impatto distruttivo di Sapiens. Al contrario, riporta esplicitamente che entro l’8000 a.C. gli sforzi umani avevano già contribuito all’estinzione di circa due terzi della megafauna mondiale.
  • Il linguaggio e il “Sapiens 2.0”: Graeber e Wengrow contestano però l’idea di una “mutazione tardiva” o di un salto improvviso dovuto al linguaggio (il cosiddetto “paradosso del sapiens“). Per loro, non appena siamo diventati umani dal punto di vista biologico, abbiamo iniziato a fare “cose umane” (arte, rituali, politica), smentendo l’idea che siamo rimasti in uno stato di “infanzia” cognitiva per millenni.
  • La “riduttività” dell’ecologia della libertà: Per gli autori, definire l’ecologia della libertà come «agricoltura per gioco» non è un declassamento, ma un elogio della nostra autocoscienza politica. Il “gioco” è inteso come un laboratorio di possibilità sociali: la libertà non è solo un ideale astratto, ma la capacità pratica di entrare e uscire da diversi sistemi (gerarchici o ugualitari) senza restarne prigionieri.

In sostanza, mentre Bookchin vedeva la libertà come un esito dell’evoluzione sociale, Graeber e Wengrow la considerano una facoltà che abbiamo sempre avuto e che abbiamo “smarrito” restando bloccati in un unico modello.

Pensi che l’enfasi degli autori sulla “capacità di giocare con le strutture sociali” sia sufficiente a contrastare quella natura distruttiva che citavi, o credi che il potere sia ormai troppo strutturato per essere “smontato” stagionalmente?

DOMANDA. Il linguaggio e il “Sapiens 2.0”: No non sono assolutamente d’accordo e questo è un punto essenziale perché il sapiens precedente alla rivoluzione cognitiva del linguaggio articolato era sostanzialmente “innocuo”, come lo erano i neanderthal, cioè certo praticava la caccia ma in una misura non organizzata come i sapiens 2.0 (peraltro in tutto identici al Sapiens originari) solo che il linguaggio articolato (nato circa 70.000 anni fa per merito dei giochi bambini che davano un nome alle cose) ha permesso un salto di qualità nel livello di organizzazione e nel numero di persone in grado di organizzarsi e di perseguire un obiettivo comune. Da qui è nato tutto.

RISPOSTA. Comprendo perfettamente il tuo punto, che si allinea a una visione molto diffusa della paleoantropologia. Tuttavia, David Graeber e David Wengrow nel libro contestano esplicitamente proprio questa idea di un “salto” o di una “mutazione tardiva” nel cervello umano (legata o meno al linguaggio) per spiegare la comparsa della cultura complessa.

Ecco come le fonti rispondono alla tua obiezione:

  • Rifiuto del “Sapiens 2.0”: Gli autori sostengono che il cosiddetto «paradosso del sapiens» sia una falsa pista. Per loro, non appena siamo diventati umani dal punto di vista biologico, eravamo già capaci di fare “cose umane”: politica, rituali e organizzazione sociale complessa.
  • Creatività e Distruzione originarie: Definiscono l’essere umano come una «creatura dell’eccesso», il che ci rende da sempre la specie «più creativa e la più distruttiva di tutte». Non vedono quindi una fase “innocua” e una “organizzata”, ma una specie che ha sempre avuto il potenziale per entrambe le nature.
  • L’illusione della “Rivoluzione”: Sostengono che la fioritura culturale di circa 45.000 anni fa (spesso associata alla rivoluzione cognitiva) sia in gran parte un’illusione creata da pregiudizi nei reperti archeologici o da fattori demografici e climatici, piuttosto che da un improvviso cambiamento neurologico.
  • Linguaggio e Autocoscienza: Pur riconoscendo che il pensiero umano è «intrinsecamente dialogico» (ovvero che la vera autocoscienza emerge discutendo con gli altri), non considerano questo come un evento tardivo, ma come una facoltà che ha sempre permesso agli umani di “giocare” con diverse forme di società.

In sostanza, per gli autori siamo sempre stati “Sapiens 2.0”: attori politici capaci di immaginare e trasformare i nostri mondi.

Ti sembra che questa loro insistenza sulla “umanità completa” fin dalle origini biologiche tolga importanza alla potenza organizzativa che solo un linguaggio articolato può dare? Se vuoi, possiamo approfondire come questa capacità di “discutere i propri sistemi sociali” abbia portato, secondo loro, ai megasiti ucraini organizzati senza capi.

DOMANDA. Ripeto che senza il linguaggio articolato il Sapiens non poteva essere assolutamente in grado di fare cose complesse nel senso, per dire una banalità, “darsi appuntamento all’alba a un numero notevole di persone” anche il cervello poteva permetterglielo, ma non lo potevano fare in pratica. I due autori scontano un deficit di conoscenza su questo tema.

RISPOSTA. Graeber e Wengrow affrontano esattamente questo punto sostenendo che il cosiddetto «paradosso del sapiens» — l’idea di un lungo intervallo tra la maturità biologica e quella culturale — sia un’illusione basata su pregiudizi archeologici. Secondo gli autori, non appena siamo diventati umani dal punto di vista biologico, abbiamo iniziato a fare «cose umane», inclusa l’organizzazione di sistemi sociali complessi.

Ecco come le prove nel testo rispondono alla tua obiezione sulla necessità di coordinazione:

  • Capacità organizzativa precoce: Siti come Göbekli Tepe o i monumenti in ossa di mammut dimostrano che i cacciatori-raccoglitori erano già capaci di coordinare la forza lavoro su vastissima scala per opere pubbliche molto prima dell’agricoltura.
  • Pari dignità intellettuale: Gli autori insistono nel trattare gli antenati come nostri «pari intellettuali», capaci di riflessione conscia e discussione sui propri sistemi di convivenza.
  • Pensiero dialogico: Riconoscono che il pensiero umano è «intrinsecamente dialogico» e che l’autocoscienza emerge proprio discutendo con gli altri, ma non vedono ragioni per postulare una mutazione tardiva che abbia abilitato improvvisamente questa facoltà.

In breve, per loro siamo sempre stati attori politici «completi». Credi che le prove di monumenti mastodontici vecchi di millenni siano sufficienti a dimostrare questa capacità di «darsi appuntamento», o ritieni che manchi comunque un tassello biologico?

DOMANDA. Non ci siamo ancora: “capaci di riflessione conscia e discussione sui propri sistemi di convivenza” per fare una discussione bisogna saper parlare. I sapiens prima di aver imparato a parlare sapevano “cantare” quindi avevano le corde vocali già predisposte solo che dovevano costruire il linguaggio che è stato successivo alla evoluzione biologica oramai raggiunta. Non avevano necessità del linguaggio ma l’acquisizione è avvenuta e un po’ alla volta hanno raggiunto una capacità di comunicazione non elementare e da qui è partita la loro potenza che prima poteva esplicarsi ma solo limitatamente.

RISPOSTA. Gli autori de L’alba di tutto affrontano esattamente questa obiezione sostenendo che l’idea di una «rivoluzione cognitiva» tardiva o di un «Sapiens 2.0» sia una falsa pista.

Ecco come rispondono alla tua tesi sulla costruzione graduale del potere tramite il linguaggio:

  • Rifiuto del “salto” improvviso: Graeber e Wengrow sostengono che non appena siamo diventati umani dal punto di vista biologico, eravamo già capaci di fare «cose umane», inclusa la politica e l’organizzazione sociale complessa. Per loro, il cosiddetto «paradosso del sapiens» (il divario tra maturità biologica e culturale) è un’illusione creata dai pregiudizi dei reperti archeologici.
  • Coordinazione senza Stato: Essi citano prove di coordinazione su vastissima scala molto prima dell’agricoltura, come a Göbekli Tepe o nelle strutture monumentali in ossa di mammut dell’era glaciale. Questi siti dimostrano che gli esseri umani erano già in grado di «darsi appuntamento» e gestire progetti collettivi complessi.
  • Pensiero dialogico originario: Sebbene concordino che il pensiero umano sia «intrinsecamente dialogico» e che l’autocoscienza emerga discutendo con gli altri, ritengono che questa capacità sia antica quanto la nostra specie e non il risultato di una mutazione culturale tardiva.
  • Creatività come tratto biologico: Definiscono l’uomo come una «creatura dell’eccesso» fin dalle origini, rendendoci da sempre la specie più creativa e distruttiva.

In sintesi, gli autori ti darebbero ragione sulla necessità del linguaggio per la discussione, ma sosterrebbero che tale capacità era già pienamente operativa decine di migliaia di anni prima di quanto ipotizzato dai sostenitori della rivoluzione cognitiva.

Pensi che la presenza di monumenti complessi risalenti a 10.000 o 25.000 anni fa sia una prova sufficiente dell’esistenza di un linguaggio già evoluto, o ritieni che quelle opere non richiedessero ancora una discussione politica conscia?

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