Henri Laborit (1976): L’Elogio della Fuga

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Il cervello rettile, il cervello mammifero, la neocorteccia, la socio cultura, la gerarchia, il dominio, la lotta, la fuga, l’inibizione dell’azione, l’angoscia, il suicidio. La teoria di Laborit è stata esposta 50 anni fa in questo libro, prima uscito in francese poi il regista Alain Resnais nel 1980, ci ha fatto il film “Mon Oncle D’Amerique” poi il libro è stato tradotto in italiano nel 1982. In quasi 50 anni di sperimentazione sul campo si può affermate l’estrema difficoltà di capire e ancor più assimilare e mettere in pratica l’analisi fatta da Laborit sul funzionamento del Sistema Nervoso sopratutto nelle interazioni nella vita sociale. Vorrà significare qualcosa?

Elogio della fuga

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Il testo presenta una panoramica del pensiero di Henri Laborit, celebre biologo e chirurgo francese, focalizzandosi sulla sua opera “Elogio della fuga”. L’autore analizza la condizione umana attraverso il prisma della biologia del comportamento, esplorando temi universali come l’amore, la libertà e la morte. Laborit sostiene che l’essere umano sia profondamente condizionato da automatismi socioculturali e pulsioni inconsce che limitano la reale autonomia individuale. La fuga, intesa come distacco dalle competizioni gerarchiche e rifugio nell’immaginazione creativa, viene proposta come l’unico modo per preservare l’equilibrio biologico e la propria integrità. Il discorso decostruisce concetti tradizionali, rivelando come le strutture sociali di dominanza influenzino ogni aspetto della vita, dall’infanzia ai rapporti affettivi. In definitiva, l’opera invita a una presa di coscienza scientifica dei nostri meccanismi interni per trascendere le alienazioni della società moderna.

Qual è il legame tra gerarchie di dominanza e malattie psicosomatiche?

Il legame tra le gerarchie di dominanza e le malattie psicosomatiche risiede, secondo Henri Laborit, nel meccanismo biologico dell’inibizione dell’azione. Nelle società umane (e animali), la ricerca della gratificazione e dell’equilibrio biologico porta inevitabilmente alla competizione per lo spazio e le risorse, stabilendo gerarchie in cui i dominanti impongono il proprio progetto ai dominati.

Ecco i punti fondamentali che spiegano questo legame:

  • Inibizione dell’azione: Quando un individuo si trova in una situazione sociale di sottomissione (dominato) e non può né lottare per cambiare la sua posizione né fuggire fisicamente dal sistema gerarchico, il suo sistema nervoso attiva il Sistema Inibitore dell’Azione (SIA). Questo accade perché l’azione gratificante è impedita dalle regole e dai divieti della struttura sociale.
  • Reazione biologica di stress: L’attivazione prolungata del sistema inibitore scatena una risposta endocrina e simpatica di “allarme” (stress), che coinvolge l’ipofisi e la corteccia surrenale. Se questa condizione di inibizione persiste nel tempo, la reazione biochimica e vasocostrittrice danneggia gli organi periferici, dando origine alle patologie psicosomatiche.
  • Patologie comuni: Laborit identifica diverse sindromi derivanti da questo stato di sottomissione e angoscia, tra cui:
    • Ipertensione arteriosa.
    • Ulcera allo stomaco.
    • Impotenza sessuale.
    • Sindromi depressive.
  • Soggetti a rischio: La patologia psicosomatica non colpisce solo i dominati, ma anche coloro che cercano senza successo di affermare la propria dominanza o i dominanti che devono lottare costantemente per mantenere una posizione contestata. Solo una dominanza stabile e incontestata (condizione rara) o la fuga permettono di evitare tali affezioni.

A sostegno di questa tesi, Laborit cita esperimenti su topi: un animale sottoposto a stimoli dolorosi che può fuggire o combattere non sviluppa ipertensione; al contrario, un animale impossibilitato a reagire (inibizione motoria) sviluppa un’ipertensione arteriosa permanente. In sintesi, la malattia psicosomatica è il prezzo biologico della sottomissione gerarchica e dell’impossibilità di agire secondo le proprie pulsioni.

Quali sono gli esperimenti sui topi citati da Laborit?

Henri Laborit cita una serie di esperimenti condotti su topi per dimostrare come l’inibizione dell’azione sia la causa diretta delle malattie psicosomatiche, in particolare dell’ipertensione arteriosa.

L’esperimento base prevede l’inserimento di un topo in una gabbia a due scompartimenti, dove l’animale viene sottoposto a stimolazioni elettriche plantari precedute da segnali luminosi e sonori. Da questa configurazione derivano quattro varianti principali:

  • Evitamento attivo (fuga): Se la porta tra i due scompartimenti è aperta e il topo può fuggire nell’altra zona appena avverte il segnale, l’animale non sviluppa alcuna patologia, nonostante le stimolazioni ripetute per diversi giorni.
  • Inibizione dell’azione: Se la porta viene chiusa e il topo non può fuggire, l’animale entra rapidamente in uno stato di inibizione motoria. Dopo sette giorni di questo trattamento (7 minuti al giorno), il topo sviluppa un’ipertensione arteriosa permanente che persiste anche settimane dopo la fine dell’esperimento.
  • Aggressività difensiva (lotta): Se due topi vengono chiusi insieme nello stesso scompartimento senza possibilità di fuga e vengono sottoposti alle scosse, essi iniziano a combattere tra loro. In questo caso, potendo esternare l’aggressività con un’azione (la lotta), i due animali non soffrono di ipertensione cronica.
  • Intervento sulla memoria: Se il topo impossibilitato a fuggire viene sottoposto a un elettroshock convulsivante dopo ogni seduta, la patologia non si sviluppa. Questo accade perché l’elettroshock impedisce la formazione della memoria a lungo termine riguardo all’inefficacia dell’azione, impedendo così l’attivazione del sistema di inibizione motoria.

Questi esperimenti servono a Laborit per provare che non è lo stimolo doloroso in sé a causare la malattia, ma l’impossibilità di reagire (sia con la fuga che con la lotta), che costringe l’organismo a una reazione di stress biochimico e vasocostrittore prolungato.

Qual è la differenza tra allarme e inibizione dell’azione?

Secondo le ricerche di Henri Laborit, la differenza tra l’allarme e l’inibizione dell’azione risiede nel modo in cui l’organismo reagisce a uno stimolo e nella capacità di trasformare tale reazione in un’azione concreta.

Ecco le distinzioni principali basate sulle fonti:

  • Reazione di Allarme (Fuga o Lotta): È la risposta fisiologica che permette di realizzare l’azione. Si manifesta quando l’individuo risponde a uno stimolo doloroso o nocicettivo attraverso la fuga (per evitare lo stimolo) o la lotta (aggressività difensiva). Biologicamente, è caratterizzata da una reazione adrenalinica che provoca la vasodilatazione della circolazione muscolare, cardiaca, polmonare e cerebrale, preparando il corpo all’attività motoria. Poiché l’azione viene compiuta con successo, l’equilibrio biologico viene ripristinato e non si sviluppano patologie.
  • Inibizione dell’Azione (S.I.A.): Si verifica quando l’azione (sia essa volta alla gratificazione o all’evitamento del dolore) è resa impossibile dall’ambiente o dalle regole sociali. In questo caso entra in gioco il Sistema Inibitore dell’Azione (S.I.A.), che non porta a un’attività motoria ma a uno stato di attesa passiva. A differenza dell’allarme, questa condizione scatena una reazione simpatica vasocostrittoria e una risposta endocrina di “stress” prolungata che coinvolge l’ipofisi e la corteccia surrenale.

Conseguenze sulla salute La differenza fondamentale riguarda l’impatto sull’organismo: mentre l’allarme è una reazione funzionale e temporanea legata all’azione, l’inibizione dell’azione è la causa diretta delle malattie psicosomatiche. Se lo stato di inibizione (e la relativa risposta biochimica di stress) perdura nel tempo, la vasocostrizione e le alterazioni endocrine danneggiano gli organi periferici, portando a disturbi come ipertensione arteriosa, ulcera gastro-duodenale e sindromi depressive.

In sintesi, l’allarme è una preparazione biologica all’azione efficace, mentre l’inibizione è il blocco di tale azione che “scarica” la tensione biologica all’interno dell’organismo, ammalandolo.

Qual è il ruolo del sistema inibitore dell’azione (SIA)?

Il Sistema Inibitore dell’Azione (SIA) gioca un ruolo cruciale nella teoria biologica di Henri Laborit, agendo come il meccanismo che si attiva quando un individuo si trova nell’impossibilità di realizzare un’azione efficace.

Ecco i punti chiave che definiscono il ruolo e il funzionamento del SIA secondo le fonti:

  • Risposta all’inefficacia dell’azione: Il SIA entra in gioco quando un’azione motoria, volta a ottenere una gratificazione o a evitare uno stimolo doloroso, si rivela inefficace. Invece di risolvere la situazione con la lotta o la fuga (che attivano altri circuiti nervosi), l’organismo ricorre a quello che viene definito evitamento passivo.
  • Attivazione della reazione di stress: A differenza delle reazioni di attacco o fuga (che sono vasodilatatorie e preparano i muscoli al movimento), l’attivazione del SIA scatena una reazione simpatica vasocostrittoria di “attesa dell’azione” e una risposta endocrina di stress che coinvolge l’ipofisi e la corteccia surrenale.
  • Legame con la memoria: Il SIA non agisce in modo puramente istintivo come i riflessi primitivi, ma richiede l’intervento della memoria a lungo termine. L’individuo deve aver appreso e memorizzato che l’azione è inutile o porterà a una punizione affinché il sistema di inibizione motoria si attivi stabilmente.
  • Origine dell’angoscia e delle malattie: Il ruolo del SIA è determinante nella genesi dell’angoscia e delle malattie psicosomatiche. Quando l’inibizione dell’azione è prolungata (come accade spesso nelle gerarchie sociali dove il dominato non può ribellarsi né fuggire), lo stato di stress biochimico danneggia gli organi periferici, portando a patologie come l’ipertensione arteriosa o l’ulcera.
  • Ruolo sociale e sottomissione: In un contesto sociale, l’attivazione del SIA è alla base della sottomissione. Se l’esperienza della punizione o del divieto sociale mette in gioco questo sistema, l’individuo non può fare altro che sottomettersi, accettando il prezzo biologico della malattia o cercando rifugio in forme di fuga alternative come la depressione, la droga o l’immaginazione creativa.

In sintesi, il SIA è il sistema che “scarica” la tensione biologica all’interno dell’organismo quando il comportamento motorio verso l’esterno è bloccato, trasformando un conflitto ambientale o sociale in un danno organico.

Cosa succede se due topi lottano invece di fuggire?

Secondo gli esperimenti citati da Henri Laborit, se due topi vengono messi insieme in uno scompartimento dove non possono fuggire da una stimolazione elettrica dolorosa, ma possono combattere tra loro, essi non soffrono di ipertensione cronica.

Il motivo risiede nella differenza tra l’azione e l’inibizione:

  • Esternazione dell’aggressività: Attraverso la lotta, i topi riescono a realizzare un’azione motoria (aggressività difensiva), scaricando la tensione accumulata,.
  • Reazione di allarme vs. Inibizione: La lotta fa parte della reazione di “allarme” (insieme alla fuga), che è biologicamente funzionale. Questa reazione attiva una risposta adrenalinica che prepara il corpo al movimento e, se l’azione ha successo, permette il ritorno all’equilibrio biologico.
  • Prevenzione della malattia: Poiché i topi possono agire l’uno sull’altro, non entra in gioco il Sistema Inibitore dell’Azione (SIA). È proprio l’attivazione prolungata di questo sistema di inibizione — che si verificherebbe se il topo fosse solo e impossibilitato a reagire — a causare lo stress biochimico e la vasocostrizione responsabili delle malattie psicosomatiche, come l’ipertensione permanente,.

In sintesi, la lotta funge da valvola di sfogo motoria che protegge l’organismo dalle conseguenze patologiche che deriverebbero da una sottomissione passiva allo stimolo doloroso,.

Perché l’inibizione dell’azione causa danni agli organi periferici?

L’inibizione dell’azione causa danni agli organi periferici a causa di una reazione endocrino-simpatica prolungata che si scatena quando l’organismo non può scaricare la propria tensione attraverso un’azione motoria efficace (fuga o lotta).

Secondo le fonti, il processo si articola nei seguenti punti:

  • Attivazione del Sistema Inibitore dell’Azione (SIA): Quando un individuo apprende che ogni tentativo di agire è inefficace o porterà a una punizione, si attiva il SIA, che induce uno stato di “evitamento passivo”.
  • Vasocostrizione simpatica: A differenza delle reazioni di fuga o lotta, che sono caratterizzate da vasodilatazione (per preparare muscoli, cuore e cervello all’azione), l’inibizione scatena una reazione simpatica vasocostrittoria di “attesa dell’azione”.
  • Risposta endocrina di stress: L’attivazione del SIA mette l’ipofisi e la corteccia surrenale in uno stato di allarme cronico. Se questa condizione persiste nel tempo, la produzione continua di ormoni dello stress e la vasocostrizione prolungata finiscono per essere pregiudizievoli al funzionamento degli organi periferici.
  • Somatizzazione del conflitto: Poiché l’azione non può compiersi verso l’esterno, la tensione biologica si “scarica” all’interno dell’organismo. Questo squilibrio biochimico e vascolare danneggia i tessuti, portando a patologie concrete come l’ipertensione arteriosa permanente, l’ulcera gastrica, l’impotenza sessuale e le sindromi depressive.

In sintesi, la malattia psicosomatica è il risultato biologico di un organismo che, impossibilitato a trasformare le proprie pulsioni o reazioni in comportamento motorio, finisce per subire internamente l’aggressione della propria risposta di stress.

La creatività può essere una forma di fuga efficace?

Secondo il pensiero di Henri Laborit, la creatività, che trae origine dalla funzione specificamente umana dell’immaginazione, è considerata non solo una forma di fuga, ma l’unico meccanismo di fuga efficace per evitare l’alienazione ambientale e sociologica.

Ecco come la creatività e l’immaginazione agiscono come strumenti di fuga nelle dinamiche umane:

  • Rifugio dall’inibizione: Quando l’azione gratificante è bloccata dalle strutture sociali e dalle gerarchie di dominanza, l’individuo rischia la patologia psicosomatica. In questo contesto, la fuga nel mondo dell’immaginazione permette di ritagliarsi un territorio gratificante dove il rischio di essere inseguiti è minimo.
  • Neutralizzazione dell’angoscia: All’interno del mondo immaginario, i conflitti legati alla sottomissione, alla rivolta e alla dominanza perdono il loro carattere ansiogeno. L’individuo può continuare a “giocare” nel mondo reale per farsi accettare, ma conserva intatta la propria gratificazione immaginaria, al sicuro dai gruppi sociali.
  • Trasformazione della realtà: L’immaginazione permette all’uomo di “informare” (cioè dare forma) e trasformare il mondo che lo circonda, agendo come un antagonista funzionale agli automatismi e alle pulsioni inconsce.
  • La motivazione dell’artista: L’artista (o lo scienziato creativo) spesso sceglie questa strada perché non trova sufficiente gratificazione nelle scale gerarchiche basate sulla produzione di beni. La creazione diventa quindi una fuga dalla vita quotidiana e dalle realtà sociali. La gratificazione non deriva più dal potere sugli altri, ma dall’opera stessa.

Efficacia e limiti Tuttavia, Laborit evidenzia che questa forma di fuga presenta delle complessità:

  • Ritorno sociale: Sebbene l’atto creativo sia una fuga, il creatore spesso compie un “ritorno” nella realtà sociale una volta terminata l’opera, cercando approvazione o successo. In quel momento, può ricadere nelle dinamiche di dominanza e consumo che aveva cercato di fuggire.
  • Fuga dal vuoto e dalla morte: Laborit suggerisce che la creatività sia spesso alimentata dall’angoscia della morte. Creare è un modo per strappare “un lembo al sudario della morte” e dare un senso all’esistenza che altrimenti andrebbe perduta nel semplice “guadagnarsi la vita”.

In sintesi, la creatività è una fuga efficace perché permette di mantenere la propria normalità biologica rispetto a se stessi, sottraendosi allo scontro gerarchico che porterebbe inevitabilmente alla malattia o all’alienazione.

In che modo l’immaginazione neutralizza l’angoscia della dominanza?

Secondo il pensiero di Henri Laborit esposto nelle fonti, l’immaginazione neutralizza l’angoscia della dominanza agendo come un meccanismo di fuga psicologico e biologico che permette all’individuo di sottrarsi alle rigide gerarchie sociali.

In particolare, l’immaginazione opera nei seguenti modi:

  • Creazione di un territorio gratificante sicuro: L’immaginazione permette di rifugiarsi in un “mondo che non è di questo mondo”, dove il rischio di essere inseguiti o sottomessi è minimo. In questo spazio mentale, l’individuo può ritagliarsi un vasto territorio gratificante (definito talvolta narcisistico) che è al sicuro dalle interferenze e dai giudizi dei gruppi sociali.
  • Depotenziamento dei conflitti sociali: Fuggendo nel mondo immaginario, concetti reali e ansiogeni come la sottomissione, la rivolta o la dominanza perdono il loro carattere minaccioso. Essi vengono declassati a semplici elementi di un “gioco” a cui l’individuo può partecipare esternamente per farsi accettare come “normale” dalla società, mantenendo però intatta la propria vera gratificazione all’interno della sfera immaginaria.
  • Scomparsa delle competizioni gerarchiche: L’immaginazione è descritta come una “terra di esilio” dove si trova rifugio quando l’azione gratificante è bloccata dal conformismo socioculturale. All’interno di questo “giardino segreto”, le competizioni per ottenere una posizione di dominanza semplicemente scompaiono, poiché l’individuo modella la realtà secondo i propri desideri e non secondo le regole imposte dai dominanti.
  • Sostituzione del modello reale con l’opera creativa: L’immaginazione consente di trasformare un’oggettività dolorosa in una creazione gratificante. Ad esempio, l’amore immaginario permette di gratificarsi con un’immagine ideale, chiudendo gli occhi sulla realtà di un modello sociale che è spesso artefice di alienazione.
  • Elusione dell’autorità socioculturale: La creatività, alimentata dall’immaginazione, risponde alle pulsioni profonde dell’individuo senza sottomettersi “ammanettata” all’autorità della sociocultura. Questo processo permette di evitare il malessere biologico (angoscia) che deriverebbe dall’inibizione dell’azione imposta dalle gerarchie di dominanza.

In sintesi, l’immaginazione neutralizza l’angoscia perché offre all’uomo l’unico modo per rimanere normale rispetto a se stesso, preservando la propria capacità di desiderare e di gratificarsi in un ambito dove il potere degli altri non può arrivare.

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