LIBRO. Henry Gee: Storia di una Specie

Ho scoperto questo libro, uscito in inglese nel 2025 e in italiano nel 2026, da un video di Telmo Pievani sul sito di Lucy sui Mondi. Devo dire che sia Telmo Pievani che Henry Gee,  in parte mi convincono e in parte no.

Inzialmente ho chiesto a CLAUDE

Ecco una sintesi che dovrebbe darti l’impalcatura argomentativa completa, utile anche per il tuo lavoro di incrocio con la paleoantropologia.

L’architettura del libro

Gee costruisce tutto sul calco esplicito di Gibbon: come lo storico inglese iniziò il racconto della decadenza romana non dalla fondazione di Roma ma dall’apice sotto Traiano, Gee comincia la storia del declino umano dal momento in cui Homo sapiens raggiunse il proprio “apice ecologico” — quando, tra 50.000 e 25.000 anni fa, restò l’unica specie ominina sopravvissuta dopo aver eliminato o assorbito Neanderthal, Denisoviani, H. floresiensis, H. luzonensis e i resti di H. erectus. La tesi di fondo, mutuata da uno studio paleontologico di Helsinki del 2017, è che l’eliminazione della concorrenza intraspecifica (lo “sparring partner” evolutivo) non segna un trionfo ma l’inizio strutturale del declino: senza specie affini con cui competere, una linea evolutiva perde la spinta selettiva che la teneva “in forma” e imbocca una traiettoria di stagnazione poi estinzione. Ogni capitolo si apre con un’epigrafe da Gibbon, a rimarcare il parallelo.

Parte I – Ascesa. Ricostruisce l’evoluzione degli ominini a partire dal bipedismo (trattato come un compromesso anatomico costosissimo — mal di schiena, ernie, difficoltà del parto — più che come vantaggio netto), passa per Paranthropus e i primi Homo, si sofferma su H. erectus come primo ominine “quasi umano” (corsa di resistenza, fuoco, utensili), e arriva ai Neanderthal e Denisoviani come rami paralleli meglio adattati al freddo ma numericamente sempre esigui. La sostituzione di sapiens sulle altre specie umane non è spiegata con la superiorità cognitiva — i cervelli neanderthaliani erano pari o più grandi — ma con piccoli vantaggi demografici cumulativi: reti di popolazione leggermente più dense e connesse, che garantivano resilienza alle crisi locali.

Parte II – Caduta. È il nucleo empirico del libro, articolato su più filoni che convergono:

  • Agricoltura come “prima vittima”: la domesticazione (cani ~20-40.000 anni fa, piante ~26.000 anni fa, nel pieno dell’ultima glaciazione) permette l’esplosione demografica ma introduce un fardello patologico nuovo — tubercolosi, parassitosi, diabete — e una dipendenza pericolosa da poche colture geneticamente omogenee (la carestia irlandese della patata come monito, il rischio attuale sulle banane).
  • Collo di bottiglia genetico: Gee insiste molto sull'”effetto del fondatore” — la variabilità genetica di sapiens è inferiore a quella di un singolo branco di scimpanzé selvatici, esito di ripetuti quasi-estinzioni (un episodio datato tra 930.000 e 813.000 anni fa avrebbe ridotto la popolazione riproduttiva a circa 1.280 individui). Da qui casi come la porfiria variegata degli afrikaner o il Crohn/Gaucher ashkenaziti, letti come spie di una fragilità strutturale della specie.
  • Malattie infettive: dal “sudore inglese” scomparso senza spiegazione al Covid, passando per lo scambio colombiano, fino al rischio di nuove zoonosi legate a urbanizzazione e contatto con la fauna selvatica.
  • Transizione demografica capovolta: rilettura di Ehrlich e The Population Bomb (1968) come previsione sventata dalla Rivoluzione verde, ma solo temporaneamente — oggi la fertilità totale è sotto la soglia di sostituzione quasi ovunque, per ragioni economiche (crisi immobiliare, instabilità del commercio globale “just-in-time”), educative (istruzione femminile, contraccezione) e biologiche (calo della conta spermatica maschile, documentato globalmente da Levine et al. 2022, con cause ancora incerte — inquinanti, calore, stress da densità urbana). Le proiezioni economiche (basate su lavori tipo Murray et al.) mostrano un riordinamento del PIL mondiale entro il 2100 trainato dalla sola demografia: Cina e Giappone in contrazione, India e Nigeria in ascesa.
  • Cambiamento climatico: capitolo fortemente ancorato all’esperienza personale dell’autore sulla costa del Norfolk (erosione di Cromer/Happisburgh, l’alluvione del 1953), poi allargato a proiezioni globali su innalzamento dei mari, città a rischio (Giacarta, Lagos, New York), ondate di calore.
  • Caduta libera: usa Rapa Nui (da Diamond) come parabola dell’autodistruzione ecologica isolata, poi applica ai Neanderthal — estinti non per inferiorità ma per frammentazione demografica progressiva, isolamento riproduttivo, consanguineità — il modello che secondo Gee attende sapiens: entro i prossimi diecimila anni, popolazioni sempre più piccole e isolate fino all’estinzione dell’ultimo gruppo residuo.

Parte III – Salvezza. Qui il tono cambia: Gee dichiara di voler offrire un “finale hollywoodiano” e propone la colonizzazione dello spazio come unica via d’uscita reale, da avviare entro i prossimi 100-200 anni, prima che il declino demografico privi l’umanità della “massa critica di cervelli” necessaria all’innovazione su scala civilizzatoria. Tre condizioni: (1) una “Rivoluzione verde 2.0” — qui il libro entra nel dettaglio biochimico della fotosintesi, l’inefficienza della RuBisCo, le strategie C4, la fotosintesi artificiale foto-elettrocatalitica, la transizione verso diete vegetali e proteine da laboratorio; (2) proseguimento dell’emancipazione femminile, letta come motore congiunto del calo demografico e della sua gestione “civile”; (3) sviluppo delle tecnologie di colonizzazione spaziale. Cita qui i limiti planetari di Rockström (2009) e la valutazione dei servizi ecosistemici di Costanza et al. (1997, ~33.000 miliardi di dollari/anno). Sulla colonizzazione spaziale è francamente scettico sulle motivazioni razionali (l’estrazione mineraria non è ancora conveniente) ma prevede che accadrà comunque per ragioni “irrazionali” — sentimento, prestigio nazionale, spinta quasi-religiosa — con analogie storiche alle colonizzazioni fallite (Darien scheme scozzese, Roanoke, Jamestown) come monito sui rischi.

Postfazione: Gee racconta la genesi del libro da un articolo su Scientific American (“Humans are doomed to go extinct”) e ammette esplicitamente di correggere il proprio precedente La specie imprevista, dove aveva argomentato contro l’eccezionalismo umano — qui riconosce che sapiens è comunque “eccezionale” nella capacità distruttiva, paragonabile solo ai cianobatteri che innescarono la Grande Ossidazione.

Un paio di osservazioni per il tuo lavoro

Il libro è complementare, non sovrapponibile, al tuo asse teorico: l’argomento di Gee è integralmente demografico-biofisico (collo di bottiglia genetico, capacità portante, limiti planetari, efficienza fotosintetica) e non tocca mai il linguaggio articolato come vettore di dominio — la lacuna bookchiniana su cui stai lavorando resta del tutto scoperta qui. Interessante però la frizione nella Parte III: l’ottimismo tecnologico sulla colonizzazione spaziale non viene mai messo a confronto con vincoli di EROI o densità exergetica — Gee tratta l’espansione nello spazio come questione di volontà politica e “massa critica di cervelli”, non di ritorno energetico netto, il che se lo leggi con la lente di Sertorio/Ulgiati/Georgescu-Roegen mostra un punto cieco piuttosto vistoso proprio dove tu hai gli strumenti più affilati.