LIBRO. Henry Gee: La specie imprevista. Fraintendimenti sull’evoluzione umana

Il primo libro di Henry Gee pubblicato nel 2013 (in Italia nel 2016). Avevamo già pubblicato recensioni di “Brevissima Storia della Vita sulla Terra” del 2022 e “Storia di una Specie” del 2025

“Brevissima Storia della Vita sulla Terra”.      “Storia di una Specie”

Henry Gee, La specie imprevista. Fraintendimenti sull’evoluzione umana
(Il Mulino, 2016; ed. orig. The Accidental Species: Misunderstandings of Human Evolution, University of Chicago Press, 2013) — trad. Domenico Giusti, presentazione di Telmo Pievani

Sintesi capitolo per capitolo.


Presentazione dell’edizione italiana (Telmo Pievani)

Pievani inquadra il libro come un attacco sistematico alla “scala del progresso” nell’evoluzione umana, ricostruendo la genealogia intellettuale che va da Haeckel a Gould (La vita meravigliosa, 1989, primo a introdurre sistematicamente il concetto di contingenza in questo campo). La tesi di fondo che Pievani estrae da Gee: la paleoantropologia deve rinunciare alla pretesa di ricostruire catene lineari di antenati/discendenti e affidarsi al “tree thinking” — la sola misurazione dei gradi di parentela sottoposta a verifica —, perché la narrazione per anelli mancanti è una falsificazione, non una semplificazione accettabile. Pievani sottolinea che l’invito alla cautela di Gee non è relativismo né sponda al creazionismo (che infatti lo ha strumentalizzato), ma la posizione opposta: la contingenza della comparsa umana è essa stessa un dato scientifico solido, non un’ammissione di ignoranza. Aggiorna il testo con due riferimenti successivi alla prima edizione inglese: la scoperta di Homo naledi (Sudafrica, settembre 2015) e la conferma, su Nature (maggio 2015), che l’industria litica di Lomekwi 3 (3,3 milioni di anni, Turkana) precede il genere Homo — esattamente il tipo di sorpresa epistemica che il libro tematizza.

Prefazione

Gee parte dal caso Darwinius masillae (“Ida”, 2009), fossile di adapide innocuo dal punto di vista tassonomico ma venduto dai media come “l’anello” con una campagna pubblicitaria orchestrata. Da qui la tesi programmatica: l’espressione “anello mancante” condensa un secolo di fraintendimenti sull’evoluzione, perché presuppone un percorso predestinato (il paragone è con un treno su binari già tracciati) mentre l’evoluzione, per Darwin, non ha memoria né progetto. Gee racconta la propria traiettoria — da paleontologo a redattore di “Nature” — e il debito verso due mentori: Chris McGowan, che lo convinse a scrivere il libro, e John Maddox, il direttore che lo assunse nel 1987 e che nel suo What Remains to Be Discovered (1998) sosteneva che la scienza riguarda l’ignoto, non l’accumulo di fatti. Da questa eredità nasce la formula centrale del libro: la scienza non si occupa di verità ma di quantificazione del dubbio; ogni scoperta allarga l’oceano dell’ignoranza più di quanto lo restringa. Anticipa anche la propria storia editoriale (Tempo profondo, 1999, e i libri successivi) e prepara la difesa, che svilupperà nel cap. VI, contro l’uso scorretto delle sue affermazioni da parte dei creazionisti.

I. Una compagnia inattesa

Il capitolo-manifesto usa la scoperta di Homo floresiensis (“Hobbit”, Liang Bua, Flores, annunciata su Nature nell’ottobre 2004, di cui Gee fu tra i redattori coinvolti) come caso di studio. Ricostruisce le due obiezioni standard che ogni scoperta scomoda incontra: o è un umano moderno patologico (microcefalia, cretinismo da carenza di iodio — ipotesi poi indebolite dai reperti successivi), o è “solo una scimmia”. Gee usa il caso per demolire l’assunto che sulla Terra possa esistere una sola specie di ominini per volta: solo 50.000 anni fa convivevano almeno Homo sapiens, Neanderthal, H. erectus a Giava e il misterioso denisoviano — l’oggi è l’eccezione, non la regola. Segue la parte più teorica: la genealogia dell’icona della “marcia del progresso” (Haeckel che innesta sulla selezione naturale darwiniana un’idea di spinta cosmica precedente e diversa) e il celebre esperimento mentale delle figure 1-6 — se si disegnasse l’albero “vero” e completo degli ominini (folto, quasi tutto destinato all’estinzione) e poi lo si sfoltisse fino ai pochi fossili realmente in nostro possesso, qualunque percorso tra tre tracciati alternativi risulterebbe ugualmente compatibile con gli stessi dati. Chiude riprendendo la metafora darwiniana della riva fluviale rigogliosa (l’entangled bank dell’ultima pagina de L’origine delle specie): l’evoluzione come presente continuo senza culmine, non come rampa verso l’Uomo.

II. Tutto sull’evoluzione

Corso accelerato di teoria evoluzionistica, con l’allevamento domestico delle galline di casa Gee come punto di partenza (esattamente la strategia retorica di Darwin nell’aprire L’origine con la selezione artificiale). Espone le quattro condizioni della selezione naturale — variazione ereditabile, ambiente mutevole, sovrabbondanza della prole, tempo — usando l’anemia falciforme come caso da manuale di come la selezione naturale non persegua alcun “meglio” assoluto, ma solo il minor male locale (il vantaggio eterozigote contro la malaria). La parte più originale è la ricostruzione filologica della parola “evoluzione”: da evolutio ciceroniana (srotolare una pergamena) al primo uso inglese del 1616 in senso militare, fino al significato biologico attestato per la prima volta in Lyell (1832). Punto chiave: Darwin non usò mai la parola “evoluzione” nell’Origine (comparirà solo nell’edizione del 1872) e nell’ultimo paragrafo del libro impiega “evolute” nel senso originario di dispiegamento, non di progresso diretto. La confusione fra “evoluzione” (sviluppo del singolo organismo) e “trasformazione” (mutamento di una specie nel tempo) viene fatta risalire alla Naturphilosophie tedesca e alla teoria della ricapitolazione di Haeckel (“l’ontogenesi ricapitola la filogenesi”), poi volgarizzata da Spencer come principio universale di progresso sociale e naturale insieme. Richiama Gould/Eldredge sugli equilibri punteggiati e l’esperimento mentale del “nastro della vita” che, riavvolto, non darebbe necessariamente lo stesso risultato. Chiude con l’esempio delle penne, evolute molto prima del volo — un caso da manuale contro il pensiero teleologico retrospettivo.

III. Quello che si perde

Rovescia l’obiezione più ovvia al capitolo precedente: se l’evoluzione non ha direzione, perché la complessità è aumentata nel tempo? Tre risposte. Primo: la maggioranza della vita resta oggi batterica e semplice — la complessità riguarda solo un sottoinsieme marginale di organismi. Secondo: la “semplicità” batterica è illusoria (i batteri sono chimicamente più complicati di un umano e vivono ovunque, dalle discariche radioattive allo spazio esterno). Terzo, il più elaborato: la complessità di un sistema si costruisce spesso a spese della complessità delle sue componenti — endosimbiosi (mitocondri e cloroplasti come ex batteri ridotti a organuli dipendenti), simbiosi micorriziche pianta-fungo, e soprattutto il parassitismo, illustrato con una scala di riduzione crescente: virus, poi i “mimivirus” giganti, poi gli elementi genetici LINE e SINE del nostro stesso genoma (i SINE, privi di geni propri, sono il parassita “perfetto”: pura informazione autoreferenziale). Segue la sezione sugli uccelli incapaci di volare (ratiti, pinguini, cormorano delle Galápagos, dodo, kakapo) come prova che la perdita è pervasiva quanto l’acquisizione. Il pezzo più forte è la reinterpretazione di Archaeopteryx: non più “anello mancante” verso il volo, ma testimone di un lignaggio di dinosauri pennuti (Paraves) che il volo lo stava perdendo — un “anello mancante” che casca dal proprio ramo. Chiude con un monito metodologico sull’uso disinvolto del gene FOXP2 come “gene del linguaggio”.

IV. L’effetto Beowulf

Capitolo-cerniera sulla taphonomia. L’analogia guida: dell’intera letteratura anglosassone sopravvive un solo manoscritto di Beowulf (scampato per un soffio a un incendio nel 1731) — quanto della letteratura del periodo, e quali generi, sono andati persi per sempre? Allo stesso modo i fossili sopravvivono solo in condizioni geologiche eccezionali (Fossilfundstätten come gli scisti di Burgess, i laghi vulcanici del Cretaceo cinese, la tempesta di sabbia di Ukhaa Tolgod): animali marini si fossilizzano bene, animali terrestri di foresta pluviale (come scimpanzé e gorilla, di cui esistono pochissimi fossili nonostante milioni di anni di storia evolutiva) quasi per nulla. Introduce i “Lazarus taxa” (specie che “risorgono” nel record fossile per ragioni puramente geologiche, non biologiche) e mostra come la nostra stima della biodiversità passata dipenda più dalla quantità di roccia sopravvissuta che dall’abbondanza reale delle forme di vita. Il caso limite è Palaeospondylus, pesciolino devoniano noto da un’unica cava scozzese, di cui non si può dire né quando comparve né quando si estinse. Il capitolo prepara esplicitamente il successivo: se questo vale per i fossili in generale, vale a maggior ragione per la documentazione — ancora più povera — dell’evoluzione umana.

V. Ombre del passato

Il capitolo più lungo, ricostruzione storica della paleoantropologia. Punto di partenza demografico: per la maggior parte della nostra storia gli ominini vivevano in piccoli gruppi dispersi, con variazione genetica probabilmente più alta di oggi — condizioni che rendono plausibile una diversità di specie di ominini (15-20 stimate) ben oltre quanto il record fossile documenta. Segue la cronaca degli scandali e delle scoperte fondative: l’uomo di Neanderthal (1856) inizialmente derubricato a cosacco rachitico; Dubois e Pithecanthropus a Giava (1891); soprattutto la vicenda Piltdown (1912-1953) — la frode che per quarant’anni impose l’idea che il cervello grande precedesse la stazione eretta, contro le prove africane (Dart e il bambino di Taung, 1924; Broom e le robuste Paranthropus) sistematicamente respinte dal “comitato Piltdown” finché lo smascheramento del falso non arrivò nel 1953. Poi Leakey a Olduvai (Zinjanthropus/Paranthropus boisei, Homo habilis), la confusione tassonomica fra habilis, rudolfensis, gautengensis, erectus ed ergaster, e la sfida di Dmanisi (Georgia, 1,8 milioni di anni) alla narrazione lineare “erectus evolve in Africa e poi migra”. Sezione genetica: la scoperta dell'”Eva mitocondriale” (Wilson et al., 1987) a sostegno dell’Out of Africa, corretta poi dalla scoperta dell’ibridazione con Neanderthal e Denisoviani (di cui portiamo tracce genetiche misurabili). Gee accosta esplicitamente il successo della narrazione Out of Africa al fallimento di Piltdown: entrambe erano storie che si conformavano a pregiudizi previi (in un caso biblici, nell’altro classisti-eurocentrici); che una sia risultata vera e l’altra falsa è, structuralmente, una questione di fortuna nei dati, non di superiore rigore del metodo. Chiude con Lucy, Ardipithecus e il cranio di Sahelanthropus tchadensis che Gee stesso poté esaminare nel 2002, e con la sezione più “cripto-zoologica” del libro: dato quante specie recenti (celacanto, okapi, saola, kouprey) sono state scoperte tardi e per caso, non è irragionevole chiedersi se altri ominini sopravvivano non scoperti — pur liquidando Bigfoot e Yeti come non materializzatisi nonostante decenni di ricerca mirata.

VI. L’errore umano

Apre sull’apofenia — la tendenza a vedere pattern dove non ce ne sono (i “canali” marziani di Schiaparelli/Lowell, volti nelle nuvole) — come chiave per capire perché tendiamo a leggere i fossili come narrazioni coerenti quando sono, letteralmente, puntini sparsi. Include il celebre murale di Zallinger, L’età dei rettili (Yale Peabody Museum, 1947) e la sua “Marcia del progresso”: Gee nota che Zallinger non disegnò mai frecce tra le figure — siamo noi a completarle mentalmente. Segue una difesa diretta e piuttosto tagliente contro l’uso creazionista di citazioni estrapolate dal suo Tempo profondo (1999): Gee riporta i passaggi incriminati e mostra come la citazione fuori contesto trasformi un’affermazione sull’incompletezza del record fossile (vera) in una presunta ammissione che “l’evoluzione è sbagliata” (falsa). Da qui la formula più netta del libro sulla differenza fra scienza e religione: la prima quantifica il dubbio, la seconda celebra la certezza. La seconda metà del capitolo annuncia il programma delle pagine successive: bipedismo, tecnologia, intelligenza, linguaggio, coscienza — nessuno di questi tratti regge, secondo Gee, come fondamento di un’eccezionalità umana. Chiude con una digressione suggestiva sull’arte paleolitica (Lascaux, Altamira): i primi soggetti dipinti sono quasi esclusivamente animali, mai paesaggi o ritratti umani accurati — segno, ipotizza Gee riprendendo Pat Shipman, che i primi Homo sapiens non si percepivano come separati dal mondo animale ma come parte di esso (i “teriantropi”, figure umano-animali, sono tra le più antiche sculture conosciute).

VII. Il modo in cui camminiamo

Smonta una per una le spiegazioni teleologiche classiche del bipedismo (mani libere per gli strumenti, per portare i piccoli, per il campo visivo) mostrando che ciascuna presuppone proprio ciò che dovrebbe spiegare. Tratta con particolare scetticismo l’ipotesi della “scimmia acquatica” di Elaine Morgan e quella termoregolatoria di Wheeler. La parte più elaborata — esplicitamente presentata da Gee come gioco intellettuale più che tesi definitiva — applica la selezione sessuale (il “processo fuggitivo” di R.A. Fisher) al bipedismo: postura eretta, perdita di pelo, distribuzione del grasso corporeo, estro femminile occultato (unico tra i primati), esibizione permanente dei genitali maschili, persino l’abbigliamento come dispositivo che nasconde-mostrando. Riporta il dato comparativo sulle preferenze estetiche maschili (uno studio su uomini peruviani non esposti ai media occidentali, che preferivano corpi femminili più formosi) per sostenere che alcuni ideali di bellezza potrebbero avere radici selettive più profonde della sola influenza culturale. Chiude su un piano più tecnico con l’ipotesi della corsa di resistenza di Lieberman e Bramble (gabbia toracica cilindrica, legamento nucale) e sul caso di Oreopithecus, scimmia bipede del Miocene toscano, geograficamente isolata e senza alcuna parentela stretta con gli ominini: prova che il bipedismo, di per sé, non porta da nessuna parte in particolare.

VIII. Il cane e l’atlatl

Propone una definizione ampia di tecnologia — qualunque modificazione dell’ambiente che permetta di fare ciò che altrimenti sarebbe impossibile — capace di includere il denaro (tecnologia sociale quanto una lancia), il cane domestico (probabilmente la prima e più duratura tecnologia, un caso più unico che raro di simbiosi tra due carnivori sociali), le stromatoliti batteriche, gli alveari, i nidi degli uccelli tessitori e le sonde di foglia dei corvi della Nuova Caledonia. Il nodo filosofico è la “profondità di pianificazione”: se si nega — seguendo Dennett e la critica al “teatro cartesiano” — che esista una vera e propria rappresentazione interiore del futuro, cade anche il presupposto che serva un cervello grande per produrre tecnologia. I bifacciali amigdaloidi della cultura acheuleana, rimasti sostanzialmente immutati per un milione e mezzo di anni su tre continenti, vengono letti come comportamento stereotipato (paragonabile al canto specie-specifico degli uccelli) più che come prodotto di intenzione progettuale consapevole — tanto che il loro uso pratico resta incerto (potrebbero essere stati oggetti di status o di esibizione più che utensili funzionali). Chiude criticando la circolarità con cui Leakey attribuì automaticamente gli utensili di Olduvai a Homo habilis (cervello più grande) piuttosto che al coabitante Paranthropus boisei, sulla sola base di un pregiudizio non dimostrato.

IX. Ingegnosi come corvi

Basato sul lavoro di Nicola Clayton sulle ghiandaie, mostra che intelligenza sociale, capacità di pianificazione e forse persino una qualche “teoria della mente” ricorrono nei corvidi pur con cervelli minuscoli e privi di coordinazione mano-occhio — prova che l’intelligenza non è funzione né della massa cerebrale assoluta né del quoziente di encefalizzazione, ma della complessità della vita sociale in cui un organismo è inserito. Ripercorre le ipotesi sull’espansione del cervello umano: la “ipotesi del tessuto dispendioso” (intestino corto in cambio di cervello grande, indebolita da dati comparativi successivi, che mostrano invece una relazione inversa fra massa cerebrale e riserve di grasso — con gli umani come anomalia, dotati di entrambe), l’ipotesi della cottura dei cibi di Wrangham (pre-digestione che libera energia, con effetti collaterali su denti, mascelle e forma del cranio, forse legati anche a una mutazione nel gene della miosina MYH16), l'”ipotesi della nonna” per spiegare la menopausa umana. Nota che i Neanderthal avevano cervelli mediamente più grandi dei nostri e QE comparabile, ma gruppi sociali più piccoli — suggerendo che non sia stata la taglia del cervello a fare la differenza, ma la densità della rete sociale. Chiude proponendo una definizione di intelligenza indipendente dall’anatomia cerebrale: velocità ed efficienza nel recuperare informazione e generalizzarla a situazioni nuove — definizione che, per costruzione, include i corvi alla pari degli umani.

X. Le cose che diciamo

Il capitolo più direttamente rilevante per una critica del linguaggio come tratto eccezionale. Parte dalla constatazione che nessuna società umana conosciuta è mai stata priva di linguaggio, e che l’apprendimento linguistico segue lo stesso schema di altri apprendimenti sociali guidati dall’istinto ma innescati dall’esposizione (il canto delle megattere, il canto appreso degli uccelli). Il nucleo teorico è la tesi di Robin Dunbar (Dalla nascita del linguaggio alla babele delle lingue): la funzione primaria del linguaggio non è trasmettere informazione ma svolgere “grooming sociale” — l’equivalente vocale dello spidocchiamento tra primati — usato per negoziare status e relazioni più che per comunicare contenuti. Prova a sostegno: il “come stai?” di rito, le chiacchiere sulla vita quotidiana, il pettegolezzo (di cui anche i notiziari e le soap opera sono, funzionalmente, forme dilatate). Discute il problema della comparabilità tra sistemi comunicativi di specie diverse (canto delle allodole, feromoni delle formiche) sostenendo che l’apparente “povertà” semantica della comunicazione animale ai nostri occhi potrebbe riflettere solo la nostra incapacità di tradurla, non un’effettiva inferiorità. Riprende da Dunbar il concetto di “ordini di intenzionalità” (la capacità di annidare stati mentali: “A pensa che B abbia detto a C che D…”) come possibile discriminante quantitativo — ma anche qui ammette incertezza sui limiti cognitivi di altre specie. Tratta la scrittura come estensione extracorporea del linguaggio, comparandola (con un certo gusto per la provocazione) ai segnali odorosi lasciati dai cani nell’urina — stesso principio funzionale, diverso canale sensoriale. Chiude con l’aneddoto delle due coppie di cani e proprietari che si salutano contemporaneamente, e con il riferimento alla scena finale della Fattoria degli animali di Orwell in cui non si riesce più a distinguere maiali e contadini.

XI. Il modo in cui pensiamo

L’ultimo pilastro dell’eccezionalismo umano — la coscienza, o meglio ciò che Gee preferisce chiamare “sentience” (capacità di sentire/percepire se stessi) — viene attaccato attraverso Dennett (Coscienza. Che cosa è) e la critica al “teatro cartesiano”: non esiste, né anatomicamente né logicamente, un centro unico dove un “io” osserva il mondo come uno spettacolo, perché ciò porterebbe a una regressione infinita di osservatori-che-osservano-se-stessi. Il senso di un flusso continuo di esperienza cosciente sarebbe piuttosto una ricostruzione narrativa a posteriori — Gee usa l’esempio dei sogni interrotti dalla sveglia che sembrano “prevederla”, e la discussione sul “rosso” come costruzione percettiva senza correlato oggettivo, per mostrare quanto il cervello elabori e “racconti” più di quanto registri. Da qui la tesi più radicale del libro: l'”io” stesso è un’illusione utile, non un’entità da spiegare; il comportamento animale che sembra rivelare una teoria della mente (le ghiandaie di Clayton, di nuovo) può essere interamente descritto in termini comportamentali senza postulare vita interiore. Discute il test dello specchio (superato da grandi scimmie, elefanti, delfini e almeno una gazza) come un test parziale, tarato sulla nostra dipendenza dalla vista: propone che il riconoscimento di sé tramite MHC olfattivo (comune a molti mammiferi) sia un fenomeno dello stesso ordine, semplicemente su un canale sensoriale che gli umani non sanno apprezzare. Conclude che anche l’ultima roccaforte dell’eccezionalismo umano crolla.

Postfazione: La rigogliosa ripa

Chiusura esplicitamente anti-consolatoria: Gee rifiuta il lieto fine hollywoodiano (l’umanità che trionfa contro ogni previsione) e ribadisce che nessuno dei tratti discussi — postura eretta, tecnologia, linguaggio, coscienza — va capito isolatamente, perché ciascuno si è co-evoluto con gli altri sulla riva rigogliosa darwiniana, senza che nessuno “serva” a produrre gli altri. Anche i possibili ultimi rifugi dell’eccezionalità (il senso del divino, la capacità di autodistruggersi con le armi nucleari o di devastare l’ambiente) vengono ridimensionati per contrasto storico: i batteri sopravvivono nello spazio senza tuta, e la fotosintesi ossigenica dei cianobatteri, circa 2,4 miliardi di anni fa, produsse un’estinzione di massa (il primo grande evento tossico della storia della Terra) al confronto della quale l’impatto umano è, per ora, minore. L’ultima mossa è auto-ironica: Gee ammette che anche il libro che ha appena scritto è, inevitabilmente, un racconto — e forse è proprio la capacità/il bisogno di raccontare storie, più che il loro contenuto di verità, l’unico tratto che continua a sembrare distintivamente umano. Chiude con un “vissero tutti felici e contenti” seguito da un secco punto interrogativo.


Nota di raccordo con il tuo progetto

Alcuni punti che si incrociano direttamente con i filoni che stai lavorando:

  • Cap. X su Dunbar è la fonte più esplicita, in questo libro, di una tesi “riduzionista” sul linguaggio come tecnologia sociale (grooming vocale) piuttosto che come veicolo cognitivo neutro — utile come termine di paragone con Fabbro e con la tua ipotesi del linguaggio come vettore di dominio, ma nota che Gee/Dunbar trattano la funzione sociale come adattiva e cooperativa (negoziazione di status, coesione), non come meccanismo di gerarchizzazione strutturale: è una lettura funzionalista, non genealogico-critica. Il punto di attrito con Bookchin/Fabbro andrebbe reso esplicito, perché Gee non affronta mai la possibilità che il linguaggio articolato generi esso stesso gerarchia, la assume solo come registratore di gerarchie sociali preesistenti.
  • Cap. III (“Quello che si perde”) offre un catalogo ricco di casi di riduzione/perdita come traiettoria evolutiva ordinaria (endosimbiosi, parassitismo, LINE/SINE, uccelli non volatori) — materiale utile per il tuo lavoro sull’entropia e la “densità exergetica”, nella misura in cui la perdita di complessità strutturale può accompagnarsi a guadagni di efficienza energetica (il caso dei parassiti che Gee analizza è esplicitamente in termini di economia energetica).
  • Capp. V-VI sulla storia di Piltdown e sull’uso creazionista delle citazioni sono un buon caso di studio metodologico sul modo in cui l’evidenza frammentaria viene piegata a narrazioni preesistenti — pertinente al tuo lavoro sul confabulare dei modelli linguistici e sulla circolarità epistemologica della paleoantropologia (umani che studiano l’evoluzione umana).
  • Cap. XI su Dennett è la stessa fonte teorica (il “teatro cartesiano”) che compare spesso nelle tue letture su AI e coscienza: qui applicata retrospettivamente agli ominini, offre un parallelo diretto con la tua domanda sul linguaggio dei LLM come vantaggio comparativo epistemologico — se l'”io” umano è già una ricostruzione narrativa a posteriori, il problema della circolarità di Fabbro (studiare il linguaggio con il linguaggio) si radicalizza ulteriormente.
  • Il libro è del 2013 (con aggiornamenti Pievani al 2016): non copre naturalmente le acquisizioni successive che stai incrociando con Storia di una specie e I lettori di ossa — va usato come strato più “vecchio” della stessa impalcatura teorica (Gould → contingenza → anti-eccezionalismo), non come fonte aggiornata sui dati.