Un viaggio addirittura ottimistico. Infatti nel 2872 se andiamo avanti così, l’umanità sarà abbondantemente (auto)estinta. Intanto, per cominciare, recentemente dal linguaggio scientifico, è stata eliminata la parola scomoda “Antropocene” che delineava le responsabilità dei Sapiens sul disastro climatico e ambientale in atto. Le guerre hanno sostituito l’emergenza climatica, Greta Thunberg si è, anche onorevolmente, riciclata nella Global Sumud Flotilla, i Friday For Future sono spariti, i negazionisti climatici sono al potere un po’ ovunque.
Presentiamo questo libro, edito nel settembre 2022, politicamente, di fatto, già vecchio, perché non poteva prevedere la dinamica politica e geopolitica che si è sviluppata in questi quattro anni, però non sbaglia nella parte sostanziale “Non abbiamo fatto nulla per mitigare il riscaldamento climatico” forse a modo suo, tardivamente,e con molta cattiva coscienza, lo sta facendo la Cina. Ma, questa dichiarazione, è, inevitabilmente, anche un atto di autoaccusa degli scienziati verso loro stessi, in quanto avrebbero dovuto, in qualche modo, sospendere, almeno in parte, le loro “ricerche giocattolo” e dedicarsi a capire la profondità del problema climatico e poi, soprattutto, ad agire di conseguenza in termini di lotta politica. Ma così non è stato. “La cattiva coscienza dei fisici” dice Carlo Rovelli a proposito delle armi nucleari. Mi chiedo, senza problemi di interlocuzione scientifica, ma lui e gli altri fisici, lo hanno capito, fino in fondo, il problema climatico e la sua genesi nella storia della scienza e della tecnologia? Dubito veramente, anche perché la storia della scienza la conoscono poco e quella della tecnologia quasi niente.
Dall’introduzione del libro
“Non abbiamo fatto nulla per mitigare il riscaldamento climatico. Fra attese, rinvii e mille altre scuse, le conferenze sul clima sono fallite una dopo l’altra. Così, nel corso dei secoli, il livello dei mari si è innalzato di 65 metri, inondando le grandi pianure della Terra.
Il libro racconta il giro del mondo intrapreso per scommessa dal protagonista Ian Fogg nel 2872, a mille anni di distanza da quello realizzato, sempre per scommessa, da Phileas Fogg, l’aristocratico inglese protagonista di Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne. Su jet a idrogeno il viaggio ripercorre le traiettorie dell’espansione umana sulla Terra, con mappe dettagliate delle aree continentali attraversate e schede di approfondimento scientifico sull’Antropocene contemporaneo, con una sorpresa finale al Polo Sud.
Il libro alterna tre linguaggi e livelli di lettura che dialogano tra loro: la dimensione narrativa del viaggio immaginario, la descrizione scientifica delle sfide dell’Antropocene attuale, la potenza visionaria del linguaggio cartografico.”

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Il giro del mondo nell’Antropocene — Valutazione critica
Pievani, Varotto, Ferrarese, Raffaello Cortina 2022
Struttura e architettura del libro
Il volume costruisce un’architettura a tre livelli intrecciati: la narrativa fantascientifica del viaggio di Ian Fogg nel 2872, i capitoli di saggistica geografica su luoghi-simbolo dell’Antropocene contemporaneo, e le carte di Ferrarese che visualizzano un innalzamento dei mari di 65 metri. L’idea di far dialogare tre linguaggi — narrativo, cartografico, saggistico — è ambiziosa e parzialmente riuscita.
Il dispositivo intertestuale è dichiarato fin dal titolo: il centocinquantesimo anniversario del Giro del mondo in 80 giorni di Verne (1872) fornisce la cornice. Ian Fogg — il nome è già un calembour, fog è la nebbia, ma è anche omaggio esplicito a Ian Tattersall — è uno scienziato comunicatore della storia evolutiva umana, e il viaggio serve da pretesto per intrecciare migrazioni paleoantropologiche e catastrofe climatica.
Punti di forza
Il progetto divulgativo è genuino. I capitoli “panorama attuale” — quelli geografici in senso stretto, scritti da Varotto — sono la parte più solida del libro. La prosa è chiara, i dati ben documentati, la scelta dei “luoghi euristici” (Bidi Bidi, Moynaq, Bantargebang, Agbogbloshie, Tar Heel, Atafona) è eccellente: posti che non compaiono nelle guide turistiche ma funzionano come rivelatori strutturali. Si sente la tradizione della public geography di cui Varotto è promotore, quella del Manifesto del 2018.
La paleoantropologia di Ian è efficace. Pievani padroneggia la materia e riesce a far passare, attraverso i monologhi del protagonista, contenuti non banali: le ibridazioni con Neandertal e Denisovani, il mammut di Sopochnaya Karga, Homo floresiensis, il collo di bottiglia del Toba. È la sua zona di massima competenza e si vede. C’è una linea argomentativa coerente: l’Antropocene non è una rottura improvvisa ma l’accelerazione di qualcosa che inizia quando Homo sapiens abbandona l’Africa e non trova più limiti ecologici.
L’idea cartografica è potente. Anche non vedendo le carte (il formato epub purtroppo non le include), la descrizione di un’Europa semisommersa, di un’Antartide diventata rifugio e di Paesi Bassi e Bangladesh cancellati dalle acque ha un impatto comunicativo forte. Ferrarese ha scelto 65 metri come valore intermedio scientificamente plausibile, e la nota metodologica finale è trasparente e rigorosa.
Il finale ideologico è coraggioso. La metafora del rugby — passaggi all’indietro, gioco di squadra, terzo tempo — è un po’ scolastica ma onesta. La conclusione filosofica sulla distinzione tra Mondo e Terra richiama Bachelard e Han in modo non ornamentale. La critica al “Wasteocene” di Armiero è ben assimilata.
Punti deboli e criticità
La narrativa fantascientifica è il punto più debole. Ian Fogg come personaggio non funziona: è un saggio ambulante, non un individuo. Il cast di comprimari — il “brizzolato” milionario, la presidente, il tesoriere — è piattamente funzionale: esistono solo per fare domande o per incarnare lo scetticismo da demolire. I dialoghi sono didattici in modo trasparente, si sente la lezione universitaria travestita da conversazione. Il colpo di scena finale — la linea del cambiamento di data, già usato da Verne nel romanzo originale — è prevedibile e gestito con un’accelerazione narrativa un po’ nervosa. Iperaustralia, che avrebbe potuto essere il cuore visionario del libro, rimane abbozzata in modo generico e delude.
Il registro è disomogeneo tra le due componenti autoriali. I capitoli di Varotto (geografici, saggistici) hanno una densità e una precisione che contrastano con i capitoli narrativi di Pievani, più scivolosi e a tratti retorici. Questa disomogeneità non è necessariamente un difetto — è insita nel progetto — ma il lettore la percepisce come una discontinuità di qualità.
Le previsioni del 2872 scivolano nel pamphlet politico. “Tronald Duck” che vince le elezioni sei volte, i giudici della Corte Suprema antiabortisti che annegano, i terrapiattisti come metafora omnicomprensiva del negazionismo climatico: sono trovate che fanno sorridere nel breve periodo ma datano rapidamente il testo. La satira politica allegoria non è il punto di forza di Pievani; qui risulta più grossolana che mordace.
L’ottimismo finale è acquisito più che guadagnato. Il libro si apre con uno scenario catastrofico (2872, mari a +65 metri, 92% di biodiversità estinta) e si chiude ripetutamente con “ce la possiamo ancora fare”. Il salto logico tra i due piani — la dystopia narrativa e l’appello alla speranza saggistica — non viene mai davvero risolto. Si tende a tenere insieme i due registri per forza di volontà autoriale più che per necessità argomentativa.
Alcune sezioni saggistiche sono disequilibrate. Il capitolo sull’energia è il più enciclopedico e rischioso: accumula dati su Gazprom, flare gas, fotovoltaico cinese, cooperativa di caffè in Perù in modo che fatica a trovare un’unità tematica. Il capitolo sulle città è più riuscito. Quello sulla carne e gli insetti è il più datato — il tema era già ampiamente trattato nel dibattito pubblico del 2021–2022 — e la sezione su Ynsect ha un tono quasi promozionale.
Collocazione nel dibattito
Per chi conosce la tradizione di riferimento — Tattersall, Cavalli-Sforza, la saggistica geografica italiana, il dibattito sull’Antropocene da Lewis e Maslin ad Armiero — il libro offre poco di nuovo sul piano conoscitivo. Il suo valore è comunicativo e pedagogico: è pensato per un pubblico ampio, funziona bene come libro da regalare o da usare in un liceo, meno come strumento per chi già frequenta questi temi.
Dal tuo punto di vista — considerando la tua frequentazione di Pievani come interlocutore teorico sul blog Social Ecology Research, in particolare sul nodo evoluzione/linguaggio/cooperazione — il libro non entra quasi mai nei meccanismi evolutivi che ti interessano. Il tema del linguaggio come abilitatore sia della cooperazione che del dominio (la tua critica a Bookchin mediata da Tattersall e Scott) è del tutto assente: qui il linguaggio compare solo come dato paleoantropologico (“coordinamento linguistico per cacciare il mammut”), mai come problema politico-evolutivo. È il Pievani più divulgativo, non quello che dialoga con Tattersall su I signori del pianeta.
Valutazione complessiva
Un libro utile e onesto nel suo progetto divulgativo, formalmente inventivo anche se non sempre riuscito, con una componente geografica di qualità superiore a quella narrativa. L’idea delle tre “letture” (viaggio, mappe, saggi) è più promessa che realizzazione compiuta. Vale la pena leggerlo per i capitoli “panorama attuale” e per le carte; la cornice narrativa va accettata con la stessa sospensione dell’incredulità che si concede a un esperimento divulgativo che non vuole essere letteratura, ma che a volte si illude di esserlo.
Cosa funziona bene
L’attacco è forte e ha un tono che ti riconosco: l’ironia amara come apertura retorica (“addirittura ottimistico”) è efficace e crea subito un posizionamento critico netto rispetto al libro. La tesi centrale — il libro è già politicamente datato a quattro anni dalla pubblicazione — è vera e ben argomentata: la traiettoria 2022-2026 (guerre che scalzano il clima dall’agenda, negazionisti al potere, fine del ciclo Fridays for Future, sparizione dell’Antropocene dal lessico istituzionale) è una diagnosi politica corretta e senza sconti.
Il riferimento a Greta e alla Global Sumud Flotilla è un dettaglio preciso che dice molto in poco: chi legge capisce senza bisogno di spiegazioni che il ciclo dell’attivismo climatico di quella generazione ha preso una direzione diversa.
I punti problematici
Il passaggio sugli scienziati è il più rischioso, e anche il più interessante, ma nella forma attuale rimane a metà. L’accusa — che avrebbero dovuto “sospendere le ricerche giocattolo” e fare lotta politica — è provocatoria nel senso buono, ma non è sviluppata abbastanza per reggere il peso che le viene assegnato. Il lettore si chiede: quali ricerche, quali scienziati, in quale momento storico? Senza un minimo di specificazione, il rischio è che sembri un’invettiva generica contro la scienza accademica più che una critica strutturale.
La frecciata su Rovelli è la parte più debole. L’analogia con “la cattiva coscienza dei fisici” è pertinente come suggestione, ma il modo in cui viene poi sviluppata — “dubito che lui e gli altri fisici capiscano la storia della scienza e della tecnologia” — scivola verso il giudizio personale non argomentato. Rovelli in realtà ha scritto e parlato di clima, di antropocene, di sistema energetico in modo non superficiale (penso a certi passaggi di Helgoland e ad alcune sue posizioni pubbliche). Puoi avere ragione che manchi una comprensione profonda della genesi tecnologica del problema, ma così come è formulato sembra più un appunto polemico che una critica dimostrabile. Se vuoi usare Rovelli come esempio, dovresti essere più specifico su cosa manca nel suo approccio.
Il problema strutturale dell’incipit
Hai tre nuclei tematici — il libro e il suo invecchiamento politico, la responsabilità degli scienziati, la storia della scienza/tecnologia come chiave mancante — che nel testo attuale sono compressi in modo che nessuno dei tre viene davvero sviluppato. Il risultato è un incipit che apre molte porte ma non ne percorre nessuna fino in fondo. Per un’introduzione a un post del blog va bene, a patto che il corpo del testo poi sviluppi almeno uno di questi fili. Se invece il post si concentra sul libro, il digressivo su Rovelli rischia di sembrare fuori posto.
Una nota di metodo
La frase “senza problemi di interlocuzione scientifica” è un modo implicito per segnalare che parli da una posizione esterna alla comunità scientifica, il che in questo contesto è una scelta legittima e anche coerente con la tua tradizione. Però nella formulazione attuale suona leggermente difensiva, come se anticipasse un’obiezione. Potresti toglierla senza perdere nulla, oppure renderla esplicita e trasformarla in un punto di forza: la critica dall’esterno come posizione politicamente fondata, non come ammissione di incompetenza.
In sintesi
L’incipit ha una voce riconoscibile e un’angolatura critica legittima. Funzionerebbe meglio se la tesi sull’autoaccusa degli scienziati venisse o sviluppata davvero o sacrificata: nella forma attuale occupa troppo spazio per essere un’allusione e troppo poco per essere un argomento.
In questo caso ti suggerisco una sola cosa operativa: se decidi di tenere il riferimento a Rovelli, anche solo come spunto provocatorio, vale la pena segnalare al lettore che la critica agli scienziati è sviluppata altrove — un link, un rimando esplicito ad altri post. Così la frecciata non resta sospesa ma si aggancia a un corpo argomentativo che esiste, anche se non qui.
Se invece preferisci non aprire nemmeno quella porta in questo contesto, il taglio più pulito sarebbe concludere il paragrafo sull’autoaccusa degli scienziati senza tirare in ballo Rovelli specificamente, lasciando la critica al livello generale dove l’hai posta. La citazione su “la cattiva coscienza dei fisici” funziona bene come rimando, ma il salto successivo al “dubito che capiscano” rischia di sembrare un duello personale non dichiarato.
Il problema allora è puramente di formulazione. “Senza problemi di interlocuzione scientifica” è ambiguo: si presta a essere letto come “non ho competenza per interloquire scientificamente” invece che come “non ho difficoltà a farlo”.
Una riformulazione più esplicita potrebbe essere qualcosa come: “e su questo non mi mancano né gli argomenti né la voglia di confrontarmi direttamente” — oppure, se vuoi tenere il tono asciutto che caratterizza il tuo stile, potresti semplicemente eliminare la frase e lasciare che la critica parli da sola, dato che chi legge il blog conosce già il tuo posizionamento sulla termodinamica e sull’exergia come strumenti critici nei confronti della fisica mainstream.
In ogni caso il punto sostanziale che volevi fare — che i fisici, inclusi quelli pubblicamente impegnati come Rovelli, hanno una comprensione lacunosa della genesi tecnologica e termodinamica della crisi climatica — è legittimo e ben fondato nella tua tradizione. Merita di essere detto in modo che non si presti a fraintendimenti.