Bella questa vicenda: i neo laureati, che ovviamente verranno sostituiti dall’AI, fischiano quando sentono parlare di intelligenza artificiale
Cosa ne pensano le AI?
1. Chatgpt 2. Gemini. 3. Qwen. 4. Claude 5. Deepseek
Pubblico le risposte di Claude e quelle di Deepseek alle quali AI ho peraltro dovuto mandargli il testo trascritto perché non accettano video.
Claude: Non riesco a riprodurre o analizzare file video direttamente — il formato .mp4 non rientra tra i tipi di file che posso leggere (testo, immagini, PDF, ecc.).
Claude: Puoi dirmi di cosa si tratta? Se è un video con parlato o testo, potresti condividere una trascrizione o descriverne il contenuto, e da lì possiamo ragionare insieme.
Cespuglio: Ecco la trascrizione del testo da un video su tiktok di Gianluigi Ballarani.
I nativi digitali stanno iniziando a fischiare l’intelligenza artificiale ed è una scena stranissima perché stiamo parlando della generazione cresciuta dentro internet quella che teoricamente avrebbe dovuto amare tutto questo: Questo è Eric Schmidt ex CEO di Google. Negli ultimi giorni sono andati virali diversi episodi durante una cerimonia di laurea appena iniziano a parlare di AI partono i fischi. Molti casi simili in varie università americane, cioè appena parte il discorso sull’intelligenza artificiale parte il buuu, parte il casino il rumore. Questa secondo me è una svolta culturale enorme perché per anni la Silicon Valley ha raccontato l’ AI come la prossima rivoluzione positiva, più produttività, creatività, più opportunità, ma molti giovani sentono un’altra frase. State costruendo il sistema che ci sostituirà ed è qui che nasce il corto circuito perché internet sembrava libertà, i social sembravano connessioni, lo smartphone sembrava un potenziamento. L’AI invece arriva già associata all’automazione del lavoro al crollo dei lavori Junior, la sostituzione creativa la perdita di valore delle competenze cognitive, ma c’è da dire che online la rabbia raramente contro la tecnologia in sé, anche se c’è anche quella. La rabbia nasce soprattutto quando i miliardari Tech costruiscono sistemi che destabilizzano il mercato del lavoro e poi salgono sul palco dell’università a dire ai ragazzi di adattarsi e mi sembra la prima volta della storia recente in cui una generazione percepisce che il futuro potrebbe andare avanti anche senza di lei e questa sensazione sta creando qualcosa di rarissimo. Una ribellione tecnologica nata dentro la generazione tecnologica stessa. Sto scrivendo un libro a proposito su questo argomento, ma è ancora presto per parlarne. Fammi sapere che ne pensi. E buona giornata.
Gianluigi Ballarani.
Claude: Il video coglie qualcosa di reale — la dissonanza tra la narrazione trionfale della Silicon Valley e la percezione concreta dei giovani sul mercato del lavoro — ma lo fa in modo abbastanza superficiale. Alcune osservazioni critiche:
Cosa funziona
Il dato sociologico di partenza è interessante: che siano i “nativi digitali” a fischiare Schmidt e compagni è effettivamente un segnale degno di attenzione, e Ballarani ha ragione a non liquidarlo come luddismo generico. La distinzione tra rabbia verso la tecnologia in sé e rabbia verso i miliardari tech che scaricano sui lavoratori i costi della transizione è anche quella corretta.
Dove si ferma troppo presto
Il video si ferma esattamente dove dovrebbe iniziare. “Una ribellione tecnologica nata dentro la generazione tecnologica stessa” è una frase ad effetto, ma non dice nulla di analitico. Alcune domande che rimangono senza risposta:
- Questa “ribellione” ha contenuto politico organizzato, o è solo reazione emotiva? Fischiare Schmidt a una cerimonia di laurea è molto diverso da costruire un movimento per la ridistribuzione dei guadagni di produttività.
- Il frame “la generazione tecnologica” è già discutibile: i giovani non sono un blocco omogeneo. Chi fischia Schmidt e chi lavora entusiasta in una startup AI spesso appartengono alla stessa fascia anagrafica.
- La tesi implicita — che l’AI sia qualitativamente diversa da internet e social perché “già associata alla sostituzione” — è parzialmente vera ma storicamente lacunosa. Anche internet fu associata alla distruzione di interi settori (editoria, musica, retail). La differenza è che ora colpisce i lavori cognitivi e creativi, cioè quelli che la generazione istruita pensava essere al sicuro.
Il problema strutturale del formato
Ballarani fa ciò che fa bene TikTok: identificare un segnale, dargli un nome suggestivo, costruire attesa per il libro. Ma il segnale che descrive merita strumenti analitici più robusti — economia politica dell’automazione, teoria della rendita tecnologica, storia dei movimenti contro la meccanizzazione. Senza questi, resta cronaca con pretese di diagnosi.
In sintesi: buona antenna, analisi debole, libro in arrivo come motivazione implicita del post. Niente di cui fidarsi ciecamente, ma niente da buttare via come segnale grezzo.
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Anzi è ancora meglio di Claude è quella dei cinesi di Deepseek