La cina si chiama fuori dalla crisi energetica di Hormuz

Investimenti green e nuovo sistema energetico: la crisi del petrolio non colpisce la Cina

https://www.valigiablu.it/guerra-iran-crisi-energetica-petrolio-cina-green/

8 Aprile 2026

La Cina ha battuto un nuovo record: ben 10,4 trilioni di Kwh di energia elettrica consumati nel 2025. Si tratta del doppio del consumo annuo degli Stati Uniti, l’equivalente di quanto consumato complessivamente da Unione Europea, Russia, India e Giappone. Un terzo dell’intero pianeta. L’annuncio, rilanciato dai media statali cinesi lo scorso gennaio, parlava di “una forte prova della resilienza e della stabilità a lungo termine dell’economia cinese”. A un mese dall’inizio della guerra in Iran e la crisi dell’approvvigionamento di petrolio e gas, il sistema energetico cinese è tra i pochi a mostrare segni di resilienza a tale shock. E mentre i cosiddetti “petrostati” si trovano davanti a un modello economico al tramonto, Pechino diffonde nuove pratiche di autosufficienza energetica che potrebbero ridefinire la globalizzazione di domani.

La Cina resiste perché ha ampiamente investito nelle fonti rinnovabili: solare, eolico, geotermico. Pur non disdegnando l’energia nucleare, dove si lavora per la creazione di reattori modulari facilmente esportabili altrove. Questo lo sappiamo. In una manciata di anni la narrazione mediatica sulla “Cina del carbone” ha lasciato spazio alle immagini di immensi parchi fotovoltaici e distese di pale eoliche. Pechino ha lavorato decenni per smarcarsi dalla dipendenza dal carbone e dai suoi costi sociali e ambientali. Dal 9° piano quinquennale (1996-2000) che contemplava un ampliamento delle “nuove energie” alle politiche circoscritte nel nuovo asse ideologico della “civiltà ecologica” lanciato dall’ex presidente Hu Jintao nel 2007 nello Statuto del PCC e inserito in Costituzione da Xi Jinping nel 2018.

Proprio in questi giorni, il presidente Xi JinPing ha chiesto di accelerare la progettazione e la realizzazione di un nuovo sistema energetico per salvaguardare la sicurezza energetica del paese, sottolineando l’importanza dello sviluppo dell’energia idroelettrica e della tutela dell’ambiente e invitando al tempo stesso a un’espansione sicura e ordinata dell’energia nucleare.

Eppure, non è un passaggio banale quando si tratta di proteggere la stabilità di un paese da 1,5 miliardi di abitanti. La Cina è un paese dove il Partito comunista cinese cerca legittimazione tramite “l’armonia sociale” e la solidità economica. La crescita economica fu (e rimane) la soluzione alla crisi di rappresentatività che negli anni Ottanta portò alle manifestazioni di piazza Tian’An Men.

Il capitolo dedicato allo sviluppo energetico pesa sempre di più nei Piani quinquennali che Pechino utilizza come roadmap del suo sviluppo economico. Anche nella sua ultima edizione, la quindicesima, è previsto un aumento della capacità rinnovabile correlata da incentivi per lo sviluppo di tecnologie autoctone: dall’idrogeno verde alle reti di distribuzione e stoccaggio intelligenti, dagli investimenti sulla ricerca al decoupling dalle fonti fossili.

La tendenza, almeno in termini numerici, è quella di sottostimare e sovraperformare. Per esempio, l’obiettivo di raggiungere i 1200 GW di capacità solare ed eolica installata entro il 2030 è stato raggiunto nel 2024, sei anni prima. Secondo il direttore della China’s National Energy Administration Wang Hongzhi, la Cina avrebbe soddisfatto il 90% del proprio fabbisogno energetico senza dover accedere a fonti esterne. E le fonti non fossili avrebbero raggiunto “quasi la metà della nuova produzione di elettricità, portando a un aumento del 50 percento nell’offerta non fossile”.

La strategia di transizione energetica cinese è prima di tutto una strategia di sicurezza energetica. Come puntualizza l’analista del Mercator Institute for China Studies, Nis Grünberg:

“Finora, il calcolo di Pechino sembra reggere: il “verde” fa bene alla sicurezza, al clima e alle imprese. Un sistema energetico pulito con fonti diversificate è una scelta intelligente se si vuole minimizzare l’impatto di shock esterni come la guerra in Medio Oriente e un ambiente energetico globale sempre più volatile.”

Un altro elemento è rintracciabile nella dialettica tra direttive centrali e iniziativa privata. La Cina è spesso definita uno “Stato sviluppista autoritario”, che controlla direttamente i settori strategici e lascia all’iniziativa privata un certo grado di autonomia “guidata”. In prima battuta: una totale centralizzazione del processo decisionale associato a un controllo diretto sulla filiera. Successivamente: sperimentazione localizzata sostenuta da incentivi. Una volta messo a punto il quadro generale (come materie prime, legislatura, modalità di esecuzione), si lascia spazio di manovra al privato – pur mantenendo controlli ed eventuali ritorsioni laddove emergono criticità. In passato, per esempio, è stata data ampia autonomia d’investimento e crescita al comparto high tech, ma nel 2021 Pechino ha sottoposto alcuni colossi al sanzionamento per violazione delle norme antitrust più massiccio della sua storia.

A ciò si aggiunge la relazione tra governi locali e aziende, che non sempre conduce ai risultati sperati, ma a volte permette di trovare un compromesso tra ambizioni e realtà. La produzione di energia elettrica è sotto il controllo dei governi provinciali, mentre le società di generazione e gli operatori di rete sono dominati da aziende statali.

Questa divisione crea tensioni interne: i governi provinciali privilegiano la sicurezza dell’approvvigionamento locale e la crescita economica (nel caso cinese, il carbone) rispetto agli obiettivi di transizione energetica nazionali. Le province con industrie carbonifere vogliono proteggere occupazione ed economia locale. Quando la Cina ha iniziato a costruire i grandi parchi rinnovabili, le centrali a carbone (statali, con contratti annuali garantiti) avevano un accesso preferenziale alla rete. I parchi eolici si trovavano quindi a non poter vendere l’elettricità prodotta perché l’operatore di rete (anch’esso statale) era vincolato a pagare il carbone indipendentemente dall’utilizzo. Ma ciò ha permesso, anche se in controtendenza rispetto agli obiettivi climatici, di mantenere le centrali a carbone, unica risorsa percepita come immune da interruzioni esterne. La quota di carbone nel mix energetico è scesa al 56% nel 2024 (rispetto al 69% nel 2015), ma si è ancora lontani da una riduzione drastica.

Nel mondo delle economie avanzate rimane critica la dipendenza dai “petrostati” e ci si interroga su come resistere agli shock passando innanzitutto dalla diversificazione degli approvvigionamenti. Della Cina si parla già invece come un “elettrostato”, pronto a competere con gli USA (e non solo) anche sul piano energetico. L’analista Nils Gilman del Berggruen Institute l’ha definita “l’Intesa verde”, lo schieramento cinese della “guerra fredda ecologica” in corso. Contro di essi, “l’Asse dei petrostati” che “hanno puntato il loro potere e la loro sopravvivenza fiscale nel prolungare l’era dei combustibili fossili e nell’armare l’abbondanza energetica contro chi vuole porvi fine a essa”. Da un lato, Pechino come riferimento (e fornitore pressoché esclusivo) dei paesi del Sud globale, ma anche potenziale riferimento di realtà come l’UE che puntano alla transizione verde ma non vantano la scalabilità dell’industria delle rinnovabili cinese. Dall’altro, Stati Uniti, Russia e monarchie del Golfo persico. Paesi il cui modello economico – e in alcuni casi la stessa legittimità politica – dipende dalla produzione e vendita di combustibili fossili. Nel mezzo, tutti quei paesi che devono scegliere quale forma di dipendenza adottare. Per i “petrostati” la leva è il gioco dei prezzi e la dipendenza dei sistemi energetici tradizionali. Per “l’Intesa verde”, invece, la partita si gioca sull’imperativo della transizione energetica con la consapevolezza che le tecnologie di oggi potrebbero diventare i vincoli politici di domani.

La Cina è già oggi il leader mondiale delle tecnologie per l’autosufficienza energetica: occupa il 90% del mercato delle terre rare, produce l’80% dei pannelli solari e il 70% delle batterie per veicoli elettrici e stoccaggio energetico. L’unico collo di bottiglia all’ascesa cinese sono le tecnologie per la produzione di chip avanzati: secondo un manager intervistato dall’Economist, meno dello 0,1% dei chip prodotti in Cina è in grado di eseguire i calcoli necessari per addestrare le IA. Pechino cerca di porre rimedio studiando alternative meno energivore e puntando sull’abbattimento dei costi di produzione di energia elettrica, fondamentali per il lavoro dei data center. Un caso emblematico è quello di Deepseek: la startup cinese sostiene di aver utilizzato solo 2mila chip per addestrare il modello (contro, per esempio, i 16mila dell’IA di Meta), a un costo inferiore ai 6 milioni di dollari. Come? Se i chip meno avanzati consumano più energia, la Repubblica popolare compensa con fonti energetiche diversificate (nucleare e rinnovabili in primis), insieme a canoni di locazione bassi e finanziamenti agevolati. Ma soprattutto: dal 2025 tutti i nuovi data center sono obbligati a ottenere l’80% dell’elettricità da fonti rinnovabili.

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Analisi dell’articolo di Valigia Blu

https://claude.ai/share/e6fafa3b-dd8c-4b90-9a19-d422398c9a64
Di cosa parla

L’articolo si inserisce nel filone di commento sulla guerra USA-Israele-Iran scoppiata a fine febbraio 2026 e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, che ha provocato, secondo l’IEA, la più grande interruzione delle forniture di petrolio nella Rinnovabili storia del mercato globale. La tesi centrale è che la Cina, grazie ai decenni di investimenti nelle rinnovabili, stia raccogliendo i frutti di una strategia lungimirante mentre il resto del mondo brucia.


Punti di forza

1. Il dato sull’energia come sicurezza, non solo come clima

L’aspetto più solido è la reincorniciatura della transizione cinese come strategia di sicurezza energetica prima che ambientale. Come puntualizza un analista del Mercator Institute for China Studies: il “verde” fa bene alla sicurezza, al clima e alle imprese. Un sistema energetico pulito con fonti diversificate è una scelta intelligente se si vuole minimizzare l’impatto di shock esterni come la guerra in Medio Oriente. Valigia Blu Questo è concettualmente corretto e spesso trascurato nel discorso europeo, dove la transizione è prevalentemente inquadrata come problema climatico-normativo.

2. Il paradosso delle risposte alla crisi

In risposta alla crisi innescata da una guerra che ha tra le sue cause anche i combustibili fossili, molti Stati stanno proponendo di aumentare il ricorso ai combustibili fossili. Valigia Blu Questa contraddizione — che l’articolo segnala — è reale e documentabile.


Debolezze e punti critici

1. La resilienza cinese è sovrastimata

L’articolo tende a presentare la Cina come sostanzialmente al riparo dallo shock. Ma questa lettura è parziale. La Cina dipende dallo Stretto di Hormuz per il 45% delle forniture petrolifere Il Fatto Quotidiano, e le raffinerie cinesi probabilmente intraprenderanno tagli precauzionali alla produzione per via dell’interruzione dei trasferimenti marittimi, con una riduzione dei volumi di raffinazione del greggio che potrebbe arrivare al 20%. Rinnovabili Le scorte strategiche (stimate tra 1,1 e 2 miliardi di barili, pari a 90-120 giorni di copertura) sono una rete di sicurezza temporanea, non una soluzione strutturale.

2. Il modello cinese come “elettrostato” — categoria ideologicamente carica

La categoria di Nils Gilman (“l’Intesa verde” cinese contro “l’Asse dei petrostati”) è evocativa ma semplificatoria Valigia Blu. La Cina nel 2026 rimane il primo importatore mondiale di greggio e il primo emettitore assoluto di CO₂. Presentarla come già uscita dall’era fossile è un’iperbole. Il suo mix energetico è ancora pesantemente carbonioso, e la spinta alle rinnovabili coesiste con la costruzione di nuove centrali a carbone.

3. Assenza di critica alla governance del “verde” cinese

L’articolo cita la dialettica “Stato sviluppista / iniziativa privata guidata” senza problematizzarla. La Cina è spesso definita uno “Stato sviluppista autoritario”, che controlla direttamente i settori strategici. Valigia Blu Ma questo modello implica costi sociali, soppressione del dissenso ambientale locale, e una logica di potenza che non è qualificabile come “transizione ecologica” nel senso pieno del termine. Un’analisi critica avrebbe dovuto almeno porre la questione.

4. Il paradosso del carbone rimane sullo sfondo

In Asia le aziende di servizi pubblici stanno aumentando la produzione di energia da carbone per ridurre i costi e garantire l’approvvigionamento energetico. Valigia Blu L’articolo lo menziona come paradosso altrui, senza rilevare che la stessa Cina non è immune da questa logica emergenziale.


Giudizio complessivo

L’articolo funziona bene come pezzo di divulgazione orientata — segnala una contraddizione reale (la crisi fossile premia chi ha investito nelle rinnovabili) e offre un inquadramento geopolitico leggibile. Tuttavia soffre di una tendenza a costruire una narrativa troppo netta: la Cina come modello, i “petrostati” come anacronismo, l’Occidente come ritardatario miope. Mancano la granularità sulle vulnerabilità cinesi, la critica al modello di sviluppo autoritario sottostante, e qualsiasi interrogativo sul fatto che la “sicurezza energetica” cinese sia una cosa diversa — e non necessariamente convergente — dalla transizione ecologica in senso emancipativo.

Dal punto di vista di un’analisi di ecologia sociale, il punto debole strutturale è proprio questo: la transizione verde guidata da uno Stato centralizzato autoritario non è la stessa cosa della decentralizzazione energetica. Il “verde” può essere perfettamente compatibile con la concentrazione del potere.

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