“Metà della Terra Salvare il futuro della vita” (2016) di Edward O. Wilson (1929- 2021) . Un libro fondamentale e ovviamente di attualità sempre più urgente, è importante perché misura e limita quello che è l’impatto della specie invasiva di Homo Sapiens. Almeno Metà della Terra deve essere lasciata in pace se vogliamo garantire il futuro della vita. I’analisi di Wilson è caratterizzata da una estrema forza che viene dato al pensiero biologico però si ferma lì, ed è totalmente impotente nel pensiero politico necessario per portare avanti il progetto.
Vediamo come al solito la valutazione dell’AI di Claude
La metà sbagliata. Wilson, la biodiversità e il buco nero della cooperazione
Social Ecology Research — cespuglio.noblogs.org fatto con Claude https://claude.ai/chat/687b6851-81eb-4bf1-861b-d5b14726211a
Edward O. Wilson è morto nel dicembre 2021 lasciando dietro di sé una delle opere scientifiche più imponenti del Novecento: la fondazione della sociobiologia, la teoria dell’equilibrio biogeografico delle isole, la sistematica delle formiche, la divulgazione dell’ecologia della biodiversità. Metà della Terra (Half-Earth, 2016), terzo volume di una trilogia iniziata con La conquista sociale della Terra e Il significato dell’esistenza umana, è anche il suo testamento politico. Ed è proprio in quella dimensione politica che il libro rivela i suoi limiti più profondi — limiti che non sono accidentali ma strutturali, inscritti nel paradigma con cui Wilson guarda all’uomo e alla natura. La proposta è nota: destinare il 50% della superficie terrestre a riserve naturali inviolabili. La giustificazione è rigorosamente biogeografica. La relazione tra superficie dell’habitat e numero di specie sostenibili segue approssimativamente la radice quarta dell’area: ridurre il 90% di un habitat comporta la perdita del 50% delle specie. Invertendo il ragionamento, proteggere metà del globo — con priorità agli hotspot di biodiversità — stabilizzerebbe oltre l’85% delle specie viventi. Sotto quella soglia la perdita diventa non lineare e accelera. La soglia del 50% non è dunque un numero arbitrario: è il punto critico al di qua del quale si entra in una zona di sicurezza ecologica.
Fin qui la biologia. Il problema è tutto il resto.
Il continente sommerso
Il capitolo 9 — Wilson descrive l’impatto umano sulla biosfera come un processo “puramente darwiniano, obbediente agli dèi della crescita e della riproduzione illimitate”. L’umanità si è “avventata sul pianeta come una razza ostile di alieni”. Questa metafora dice tutto e non dice niente. Dice tutto perché coglie la brutalità dell’impatto; non dice niente perché dissolve nella biologia ciò che è storia, struttura sociale, rapporto di forza. Non tutti gli esseri umani si sono “avventati” allo stesso modo e con le stesse conseguenze. I cacciatori-raccoglitori amazzonici e i CEO delle compagnie petrolifere abitano la stessa specie ma non la stessa storia.
Il buco nero dell’analisi è il linguaggio.
Il linguaggio come assente
Wilson dedica pagine memorabili alla complessità delle formiche, alla biogeografia delle isole, alle reti trofiche degli ecosistemi tropicali. Non dedica una riga al fatto che l’espansione dell’Homo sapiens sulla biosfera è stata resa possibile — e qualitativamente distinta da quella di ogni altro grande predatore — da una capacità del tutto singolare: il linguaggio articolato con sintassi ricorsiva.
Non si tratta di un dettaglio. Il linguaggio è il medium attraverso cui la cooperazione umana supera i limiti del gruppo di prossimità. È ciò che consente di coordinare azioni su scale temporali e spaziali inaccessibili a qualunque altro animale sociale. Ma è anche — e qui sta il punto che Wilson non vede — il vettore primario della domination simbolica: la capacità di costruire narrazioni legittimanti, di far passare rapporti di forza per ordini naturali o volontà divine, di trasformare la sottomissione in consenso.
L’agricoltura e la scrittura — i due grandi punti di flessione che Wilson sfiora senza mai fermarsi — non sono tecnologie neutrali. Sono, come ha mostrato James C. Scott in Against the Grain, tecnologie di estrazione e controllo. Il grano è la coltura ideale per lo Stato perché è visibile, contabile, sequestrable. La scrittura nasce non per tramandare poesie ma per registrare debiti fiscali e inventari di granai. La crisi ecologica dell’Antropocene ha radici precise in questa storia: nella transizione da regimi di prelievo regolato a regimi di accumulazione illimitata, resa possibile da strutture di dominio che il linguaggio ha costruito e legittimato.
Pierre Clastres aveva capito la posta in gioco: le società stateless non erano primitive versioni in attesa di evolversi verso lo Stato, ma organizzazioni sociali attivamente costruite contro l’accumulo di potere. Il capo nelle società amerindiane parlava molto — era anzi obbligato a un flusso continuo di discorso — ma il gruppo non era tenuto ad ascoltarlo. Il linguaggio del potere veniva sistematicamente svuotato di efficacia coercitiva. Quella che Clastres chiama “la società contro lo Stato” è anche, necessariamente, la società che gestisce il linguaggio in modo da impedire la concentrazione di autorità.
Wilson non conosce — o non considera rilevante — questa dimensione. Per lui la cooperazione umana è essenzialmente un fatto biologico (selezione di gruppo) e la sua estensione a scale planetarie è una questione di educazione, di “risveglio” (il cap. 17 si intitola proprio così), di scelte consapevoli da parte di individui e leadership illuminate.
La selezione di gruppo come fondamento etico
Il capitolo 21 — Che cosa occorre fare — è il punto in cui l’impianto teorico rivela la sua fragilità più visibile. Wilson si chiede se le persone e i loro leader politici siano disposti a condividere ciò che possiedono per tutelare la biodiversità. La risposta che costruisce si basa sulla selezione di gruppo: l’altruismo intergruppo ha un valore evolutivo perché i gruppi con maggiore coesione interna hanno maggiore successo competitivo. Cita Darwin: “Una tribù che include parecchi membri […] pronti ad aiutarsi l’un l’altro e a sacrificarsi per il bene comune potrebbe riuscire vittoriosa su parecchie altre tribù.”
Il paradosso è stridente. Wilson usa Darwin per fondare un’etica della condivisione planetaria — ma il meccanismo darwiniano che invoca (la competizione intergruppo) è esattamente lo stesso che ha prodotto gli imperialismi, le guerre di conquista, gli stermini coloniali che hanno devastato tanto le culture umane quanto gli ecosistemi. La selezione di gruppo non ha storicamente favorito la tutela della biodiversità: ha favorito il gruppo che riusciva a estrarre più risorse dall’ambiente per sopravanzare i rivali.
Soprattutto: questo schema non prevede nessun soggetto collettivo, nessuna struttura organizzata, nessuna trasformazione delle relazioni di produzione e di potere. L’appello è alla coscienza individuale delle élite e alla loro capacità di “scegliere” comportamenti altruistici. The Nature Conservancy — il paradigma del conservazionismo neoliberale, che compra terreni e li “protegge” integrandoli nei mercati dei carbon credits — viene citata positivamente come modello. La proposta “Metà della Terra” è strutturalmente compatibile con la green economy: non tocca la proprietà, non tocca il mercato, non tocca il rapporto tra Nord e Sud globale.
Ciò che il libro non può dire
Wilson sa che la proposta è politicamente impraticabile nell’ordine attuale. Lo sa, ma non ne trae le conseguenze. Il prologo descrive l’umanità come “arrogante, sconsiderata, letalmente predisposta a favorire sé stessa, la sua tribù e futuri a breve termine” — e tuttavia “capace di rendere eterna anche la biosfera”. Questa tensione interna non viene mai sciolta. L’uomo è biologicamente inadatto all’Antropocene (“figli dell’Olocene”) ma moralmente capace di scegliere diversamente. Come? Attraverso quale processo? Quale trasformazione delle strutture che producono sistematicamente le scelte distruttive?
Il libro non risponde perché non può rispondere. Rispondere richiederebbe abbandonare il paradigma sociobiologico e aprire quello che Wilson tiene sistematicamente chiuso: l’analisi del linguaggio come struttura di cooperazione e di dominio, l’analisi delle forme sociali che impediscono la concentrazione di potere estrattivo, l’analisi storica di come l’agricoltura e la scrittura abbiano costruito i presupposti dell’Antropocene.
Bookchin lo aveva capito meglio, anche senza la profondità naturalistica di Wilson: la crisi ecologica non è separabile dalla crisi delle gerarchie sociali. Non si possono proteggere gli ecosistemi senza trasformare le strutture di potere che li distruggono. Metà della Terra come riserva naturale gestita dallo Stato e dal mercato è una soluzione all’interno del problema, non oltre di esso.
Una proposta radicale con fondamenta conservatrici
Rimane il fatto — e va riconosciuto — che Wilson ha ragione sulla biologia e ha ragione sulla scala dell’intervento necessario. L’85% delle specie in cambio del 50% della superficie terrestre è un obiettivo proporzionato alla gravità della crisi, molto più onesto dei rituali incrementali della governance ambientale internazionale. Il rifiuto del gradualismo procedurale (cap. 17: “la gente ha bisogno di una vittoria, non solo della notizia che si stanno facendo progressi”) è politicamente più lucido di quanto sembri venire da un biologo di Harvard.
Ma un obiettivo radicale con fondamenta conservative produce, al massimo, una politica verde-liberale aggiornata. La domanda che Wilson non pone — chi controlla quella “metà”, con quale legittimità, secondo quali principi di redistribuzione — è la domanda politica decisiva. Senza risposta, “Metà della Terra” rischia di diventare il nome di un nuovo enclosure: la recinzione su scala planetaria, stavolta non per coltivare grano ma per vendere carbonio e tutelare la “natura” di chi può permettersela.
La metà sbagliata di Wilson non è quella che vorrebbe proteggere. È la metà della sua analisi che manca.
Social Ecology Research — cespuglio.noblogs.org
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Qui mettiamo il link all’ANALISI e al VIDEO di NotebookLM

