Ormai è chiaro Xi Jinping punta creare rapporti internazionali di subalternità e il multilateralismo è solo una tattica di copertura.
Chiediamo anche questo a Claude
Il dato centrale: il Power of Siberia 2 ancora non si fa
Questo è il termometro più affidabile del rapporto di forza reale. Putin non ha ancora ottenuto l’accordo energetico che gli permetterebbe di presentare la crescente dipendenza dalla Cina come un vantaggio per la Russia. Nel vertice di ieri a Pechino, Putin ha firmato con Xi più di quaranta documenti di cooperazione su temi vastissimi — industria, commercio, energia nucleare, cinema e agenzie di stampa — ma non ha siglato quello che contava di più: il contratto per costruire il Power of Siberia 2. Linkiesta
Il Cremlino aveva preannunciato “discussioni serie e molto dettagliate”, con Putin che auspicava la finalizzazione di un accordo definitivo durante la visita. E ancora niente. La Voce di New York
Il nodo principale resta il prezzo: Pechino vuole pagare il gas alle stesse condizioni del mercato interno russo, mentre Mosca punta a una formula di mercato, simile a quella applicata per il primo Power of Siberia e per le forniture storiche all’Europa. Sky TG24
La posizione negoziale cinese è di cristallina semplicità: tu non puoi andare da nessun’altra parte, quindi noi aspettiamo finché accetti le nostre condizioni. Non è amicizia. È monopsonio.
La struttura asimmetrica dello scambio energetico
Le esportazioni di gas russo verso l’UE sono crollate da 157 miliardi di metri cubi prima della guerra a 18 miliardi di metri cubi lo scorso anno, con una perdita che ha contribuito a un calo del 7% delle entrate fiscali legate al gas. Notizie
La Russia esporta circa 40 miliardi di metri cubi all’anno verso la Cina attraverso la condotta Power of Siberia, a fronte di un fabbisogno cinese annuo pari a 430 miliardi di metri cubi — quindi la dipendenza cinese dal gas russo è strutturalmente limitata. La Cina, per di più, ha storicamente limitato la quota delle forniture via gasdotto a non più del 25% del mix, per ridurre la dipendenza da un singolo fornitore. In altri termini, Mosca non può ricattare Pechino; il contrario è perfettamente possibile. Il Fatto QuotidianoNotizie
La penetrazione economica cinese nelle zone occupate
Sul punto che hai sollevato riguardo all’espansione digitale, le evidenze sono esplicite. La Cina sta conducendo un’espansione economica invisibile ma incessante nelle oblast occupate dall’est e dal sud dell’Ucraina. Analisti dell’Ukrainian Eastern Human Rights Group, insieme all’Institute for Strategic and Security Studies, hanno identificato almeno 17 aziende cinesi operative nei territori occupati, documentando oltre 10 visite di delegazioni cinesi — da uomini d’affari a membri del Comitato Consultivo Politico del Popolo Cinese. La presenza cinese si estende su sette settori chiave: estrazione mineraria, metallurgia, costruzioni, telecomunicazioni… The New Voice of Ukraine
Le reti cinesi stabilite in Crimea, nel Donbas e nell’Ucraina meridionale non sono solo illegali ai sensi del diritto internazionale, ma anche strutturalmente opache, abilitando sorveglianza, controllo della popolazione e disinformazione su larga scala. The Cipher Brief
Questo è di straordinaria importanza politica: la Cina penetra economicamente nei territori “conquistati” militarmente dalla Russia, senza sborsare un rublo per la guerra e senza condividere alcun rischio geopolitico. La Russia fa il lavoro sporco; la Cina raccoglie i frutti.
Il parallelo con Trump
La somiglianza che hai individuato è strutturalmente pertinente: sia Trump che Putin si recano a Pechino con delegazioni imponenti, sia Trump che Putin tornano con dichiarazioni retoriche enfatiche (“prospettive illimitate”, “al livello più alto della storia”) e senza i risultati concreti che andavano a cercare. Netto il contrasto con la visita americana: Trump era andato a Pechino annunciando accordi commerciali di ampia portata, ma ne era tornato senza annunci sostanziali. La Voce di New York
La differenza è però che Trump può — almeno formalmente — alzarsi dal tavolo. Putin no: i cinquanta miliardi di metri cubi del Power of Siberia 2 sarebbero di poco inferiori ai cinquantacinque miliardi garantiti in passato da Nord Stream 1, il gasdotto che collegava la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico, inutilizzato dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Putin ha distrutto il suo mercato europeo con le sue mani. Non ha alternative a Xi. Linkiesta
Conclusione: non alleanza, ma incorporazione subordinata
La categoria analitica corretta non è “alleanza” né “partnership strategica”. È quello che alcuni analisti cinesi chiamerebbero, in termini interni, una relazione da principale ad agente: la Cina definisce le condizioni, la Russia si adatta. La retorica del “mondo multipolare” e della “amicizia senza limiti” serve a entrambi per ragioni diverse — a Xi per proiettare un’alternativa all’egemonia americana, a Putin per non dover ammettere in pubblico la sua posizione di debolezza strutturale.
Xi ha inserito il Power of Siberia 2 tra i lavori preparatori del 15° piano quinquennale (2026-2030), ma non ha alcuna fretta. Non aver fretta, in politica internazionale, è la forma più efficace di potere. Linkiesta
Il confucianesimo è strutturale, il marxismo è facciata
Il nucleo operativo della strategia cinese è profondamente confuciano nel senso politico del termine: pazienza, gerarchia implicita, costruzione di relazioni di dipendenza presentate come mutuo beneficio, rifiuto del confronto diretto in favore del posizionamento di lungo periodo. Il concetto chiave è li (禮) — il rituale che regola i rapporti gerarchici senza nominarli come tali. Xi non dice mai “siete subordinati”; semplicemente non firma il gasdotto finché le condizioni non sono le sue.
Il marxismo-leninismo è invece una grammatica di legittimazione interna, e in politica estera si traduce principalmente nell’anti-imperialismo retorico — utile per aggregare il Sud globale attorno all’asse cinese. Ma la Cina non esporta relazioni di produzione socialiste; esporta infrastrutture in cambio di risorse e dipendenza tecnologica. Il che è strutturalmente più vicino al capitalismo estrattivo che al socialismo internazionalista.
Il “multipolarismo” come strumento, non come fine
Qui stai cogliendo qualcosa di cruciale. Il multipolarismo dichiarato da Pechino non è un progetto di pluralizzazione genuina del potere mondiale — è una tattica per smantellare il sistema unipolare americano nella fase in cui la Cina non è ancora abbastanza forte da sostiuirlo apertamente. Una volta completata quella fase, il multipolarismo diventa irrilevante: l’obiettivo è la centralità cinese, non la parità tra poli.
La struttura è quella che Giovanni Arrighi aveva già analizzato in Adam Smith a Pechino (2007): la Cina ripercorre il ciclo egemonico descritto da Braudel — accumulazione materiale, poi finanziaria, poi proiezione di potere sistemico — ma con una velocità e una consapevolezza storica che i precedenti cicli (olandese, britannico, americano) non avevano. La differenza è che Pechino studia i propri predecessori.
Dove la categoria “egemonia soft power” non basta
Gramsci distingue l’egemonia dalla semplice dominazione: l’egemonia funziona quando il subalterno interiorizza la visione del mondo del dominante come propria. Il soft power cinese ha risultati molto variabili su questo piano. In Africa e in parte dell’Asia centrale funziona abbastanza — le infrastrutture BRI costruiscono dipendenza prima che consenso, ma la dipendenza può poi generare consenso. In Russia, però, il quadro è diverso: Putin non ha interiorizzato nulla; è semplicemente intrappolato dalla propria guerra. Non è egemonia nel senso gramsciano; è estorsione strutturale resa possibile dall’isolamento russo.
Il caso del Donbass occupato è ancora più interessante: lì la Cina penetra economicamente in un territorio che formalmente la Cina non riconosce come russo (Pechino ha sempre evitato di riconoscere le annessioni). Costruisce infrastrutture di telecomunicazioni, di controllo, di estrazione mineraria — senza prendere posizione giuridica. È il massimo del pragmatismo: raccogliere i frutti territoriali di una guerra altrui mantenendo l’ambiguità formale che le consente di parlare ancora con Kiev, con Bruxelles e con Washington.
Il “nuovo ordine mondiale” — ma quale?
L’espressione va trattata con cautela perché evoca retoriche diverse. Quello che la Cina sta costruendo non è un ordine alternativo con regole diverse — è un sistema di dipendenze che replica la struttura hub-and-spoke del sistema americano, con Pechino al centro. Le istituzioni proposte (AIIB, SCO, BRICS+) non democratizzano le relazioni internazionali: replicano la logica delle istituzioni di Bretton Woods con un centro di gravità diverso.
La differenza con l’egemonia americana è che il modello cinese non richiede — almeno per ora — che i satelliti adottino il sistema politico cinese. È un’egemonia indifferente ai regimi: funziona con monarchie del Golfo, autocrazie africane, democrazie latinoamericane, e ora con una Russia che di fatto si sta trasformando in economia di servizio energetico per il mercato cinese.
La domanda aperta
La tua formulazione “marx-confuciana” ha però un merito analitico specifico: indica che l’ideologia cinese non è né puramente pragmatica né puramente tradizionale, ma una sintesi che usa il lessico marxista dell’anti-imperialismo e la pratica confuciana della gerarchia relazionale per produrre qualcosa di nuovo. Il problema è che questa sintesi funziona finché la Cina cresce. Se la crescita rallenta strutturalmente — e ci sono segnali seri in quella direzione, dalla crisi demografica alla bolla immobiliare — l’intero sistema di dipendenze costruito con il debito BRI potrebbe diventare un peso piuttosto che una leva. L’egemonia soft richiede risorse materiali continue per essere mantenuta. Anche Roma alla fine aveva smesso di costruire strade.
Il meccanismo del debito BRI
La Cina offre prestiti a condizioni apparentemente vantaggiose a paesi in via di sviluppo per costruire infrastrutture — porti, ferrovie, autostrade, centrali elettriche, cavi sottomarini. I prestiti vengono erogati tipicamente da banche statali cinesi (Exim Bank, China Development Bank), i contratti vengono assegnati quasi sempre a imprese cinesi, e spesso la manodopera qualificata arriva dalla Cina.
Il problema emerge quando il paese debitore non riesce a ripagare. A quel punto la Cina può rinegoziare i termini — e storicamente ha ottenuto concessioni strategiche.
Il caso emblematico: il porto di Hambantota
Lo Sri Lanka aveva preso in prestito miliardi dalla Cina per costruire il porto di Hambantota. Incapace di ripagare, nel 2017 ha dovuto cedere il porto in leasing alla Cina per 99 anni. Un paese formalmente sovrano che consegna un’infrastruttura strategica per un secolo — gli analisti occidentali hanno coniato per questo l’espressione debt-trap diplomacy (diplomazia della trappola del debito).
Quanto è diffuso il fenomeno
La BRI coinvolge oltre 140 paesi. I casi critici di sovraindebitamento con la Cina includono Zambia, Pakistan, Ecuador, Montenegro, Laos, Kenya. In molti di questi paesi il debito verso creditori cinesi supera il 20-30% del PIL, creando dipendenze strutturali che condizionano le scelte di politica estera.
Il dibattito analitico
Va detto che la lettura della “trappola del debito” come strategia deliberata è contestata da alcuni ricercatori (Deborah Brautigam in particolare) che la considerano parzialmente una semplificazione: in molti casi la Cina ha rinegoziato il debito senza prendere asset fisici, semplicemente per evitare default che avrebbero danneggiato anche lei. La realtà è probabilmente intermedia: non sempre è una trappola pianificata, ma la struttura del sistema crea comunque dipendenza politica indipendentemente dalle intenzioni.
Il collegamento con il discorso precedente
Nel contesto della nostra analisi, il debito BRI è esattamente lo strumento materiale che sostiene l’egemonia “soft” cinese: non serve l’occupazione militare, non serve il riconoscimento ideologico — basta che il paese debitore sappia che le sue infrastrutture critiche dipendono da capitali e tecnologie cinesi. È la versione contemporanea di quello che Rosa Luxemburg chiamava l’accumulazione per incorporazione delle economie periferiche — ma operata non da potenze coloniali in senso classico, bensì da uno Stato che si presenta come rappresentante del Sud globale contro l’imperialismo occidentale. La contraddizione è vistosa, ma finora politicamente gestibile per Pechino.
