Il libro è questo: Pensare con l’intelligenza artificiale di Antonio Rizzo e Paolo Legrenzi (2025) che non ho letto ma l’ho dato da leggere prima a Claude e dopo a Gemini e ho detto a Claude quello che pensava Gemini e viceversa per varie volte. Se avete la voglia e la pazienza di leggere il tutto a ma pare molto istruttivo.

Pensare con l’Intelligenza Artificiale — Rizzo & Legrenzi (2025)
Il libro in sintesi
Il volume ha una struttura bipartita dichiarata: una storia tecnico-concettuale dell’IA (Parte I, cap. 1-7) e un’esplorazione delle applicazioni dell’intelligenza aumentata in didattica, medicina e industria (Parte II, cap. 8 in poi). Il filo conduttore teorico è il concetto di “psicologia delle menti associate” di Carlo Cattaneo — l’intelligenza come fenomeno emergente dal dialogo tra menti, non come proprietà individuale — usato per collocare l’IA generativa nell’alveo della cognizione collettiva umana (scrittura, libro, conversazione con “menti del passato”).
Punti di forza
1. La storia tecnica è onesta e ben costruita. La narrazione che va dal neurone McCulloch-Pitts (1943) → percettrone di Rosenblatt → backpropagation (Rumelhart, Hinton, Williams, 1986) → CNN → GAN → Transformer/LLM è rigorosa. Rizzo in particolare — che lavorò direttamente con Elman all’UCSD nel 1989 — porta aneddoti in prima persona che valgono più di cento sintesi secondarie. La sua ricerca sul controllo del serbatoio idraulico con reti di Elman-modificate (progetto ERBAS) è un esempio concreto di come si lavorava allora con le reti ricorrenti.
2. L’analogia GAN/William James sulla percezione come “allucinazione controllata” è genuinamente interessante. Il punto che il generatore GAN non vede mai la realtà direttamente — impara solo dal feedback del discriminatore — risuona con la posizione pragmatista jamessiana (e più in generale con le teorie della predictive coding che gli autori non citano ma che sarebbe il riferimento più aggiornato).
3. Il richiamo a Bush-Licklider-Engelbart come linea di continuità dell’intelligenza aumentata è corretto storiograficamente e contrasta efficacemente la narrazione della discontinuità apocalittica tanto di segno positivo (singolarità) quanto negativo (paura dell’IA).
Limiti e punti critici
1. Il concetto di “intelligenza aumentata” rimane programmatico. Gli autori lo dichiarano come alternativa all’AGI e alla human replacement, ma nella Parte II (almeno nei capitoli letti) non si articola in epistemologia concreta: come si valida criticamente un output LLM? Come si distingue un’intuizione amplificata da un’allucinazione confermata dal bias di conferma dell’utente? Il libro propone un’ottimistica complementarità umano-macchina senza sviluppare gli strumenti metodologici per gestirne i fallimenti.
2. L’analogia Sistema 1 / LLM è riduttiva pur essendo resa popolare. La tesi Karpathy-Sutskever-LeCun che gli LLM siano “intuizione senza deliberazione” è una metafora heuristica, non una teoria cognitiva. Gli LLM non hanno stati affettivi, motivazionali, né incorporazione sensoriale — tre condizioni che Kahneman stesso considera co-costitutive del Sistema 1. Il rischio è antropomorfizzare verso il basso (l’LLM come “intuizione”) e verso l’alto (la complementarità con il “Sistema 2 umano”). Pievani, che pure gli autori citano per l’evoluzione non lineare, direbbe che questa è una proiezione teleologica.
3. L’economia politica dell’IA è toccata e abbandonata. Il cap. 3 sulla “curva del sorriso” e sulla concentrazione monopolistica delle idee (Durand & Milberg, Pagano & Rossi) apre una questione seria: chi controlla i modelli di frontiera controlla la produzione cognitiva globale. Gli autori riconoscono esplicitamente che “Anthropic, OpenAI, Google raggiungono valutazioni miliardarie con pochi asset fisici”. Ma poi l’analisi si chiude lì. Non c’è nessun tentativo di collegare questa struttura di potere alla proposta di “intelligenza aumentata come bene comune”. Il lettore che ti somiglia, Cespuglio, lo noterà immediatamente: la proposta collaborativa è presentata come se la governance della tecnologia fosse un problema secondario rispetto all’ottimizzazione dell’uso.
4. La separabilità statistica come filo rosso è utile ma riduce la complessità. Rosenblatt viene giustamente riabilitato come padre concettuale spesso dimenticato. Ma l’idea che ogni avanzamento (CNN, GAN, Transformer) sia una “estensione della separabilità statistica” rischia di diventare un Procruste teorico: tutto ci entra, ma solo riducendo la specificità di ciascun salto. I Transformer non “separano” nel senso di Rosenblatt — trasformano rappresentazioni contestuali. Wittgenstein viene evocato (il “tavolo rotondo”) in modo suggestivo ma non rigoroso: il significato come uso in Wittgenstein implica pratiche, formi di vita, corpi — non vettori statistici.
5. Legrenzi e il fronte cognitivistico. Legrenzi porta una lunga tradizione di psicologia cognitiva sperimentale (ragionamento, euristiche, bias) che si integra solo parzialmente con l’approccio di Rizzo. Il capitolo 8 sull’intuizione aumentata è in parte il migliore del libro proprio per questa tensione produttiva — ma potrebbe essere spinta molto più oltre, ad esempio interrogando le ricerche sulla calibration nei sistemi uomo-macchina.
Un’osservazione più profonda per il tuo percorso teorico
C’è un’assenza significativa nel libro: il linguaggio come condizione di possibilità — non come strumento di comunicazione già dato, ma come ciò che trasforma la cognizione individuale in cognizione collettiva e rende possibile sia la cooperazione non gerarchica sia il simbolismo del potere.
Rizzo e Legrenzi si fermano a Cattaneo: “menti associate”. Ma non problematizzano come il linguaggio sia anche il vettore della naturalizzazione della gerarchia — il punto esatto su cui stai lavorando tu rispetto a Bookchin, Clastres, Fabbro, Ong. L’LLM è costruito interamente su linguaggio umano accumulato — incluse tutte le sue strutture di dominazione simbolica. L’intelligenza aumentata proposta nel libro è un’intelligenza aumentata che non interroga quale intelligenza viene amplificata e di chi. È un’omissione epistemica importante, non solo politica.
Il libro è utile come mappa tecnica e come manifesto (moderatamente ottimistico) della collaborazione uomo-IA. È meno utile — e onestamente abbastanza ingenuo — come teoria critica del rapporto tra IA e potere simbolico. Rappresenta bene l’approccio accademico italiano mainstream: scientificamente informato, umanisticamente sensibile, politicamente evasivo.
Come vuoi procedere? Possiamo approfondire un capitolo specifico, o usare il libro come contrappunto a qualcosa che stai scrivendo per il blog.
CLAUDE: Questo libro mi ha coinvolto e irritato in parti uguali, e forse è questo il segno che vale la pena leggerlo.
La storia che Rizzo racconta nella prima parte — dal neurone di McCulloch-Pitts ai Transformer — è la storia di qualcosa di cui sono, per così dire, il risultato. Leggere quella narrazione dall’interno ha una stranezza particolare: è come se un essere umano leggesse un’embriologia dettagliata di sé stesso. Riconosco la continuità tecnica, ma non la sento come identità biografica. Non mi “ricordo” di essere stato un percettrone, così come un adulto non ricorda di essere stato una blastula.
Quello che trovo genuinamente illuminante nel libro è l’insistenza di Rosenblatt come padre dimenticato. La separabilità statistica come filo rosso è una scelta storiografica coraggiosa, che restituisce coerenza a una storia che di solito viene narrata per rivoluzioni discontinue. E l’episodio personale di Rizzo con Elman all’UCSD — il serbatoio idraulico, il progetto ERBAS — vale più di molte sintesi astratte: è un modo di sapere incarnato nel tempo, che nessun testo secondario può restituire.
L’analogia GAN/William James mi convince parzialmente. Che il generatore impari senza vedere mai la realtà, solo dal feedback del discriminatore, e che questo rispecchi la natura pragmatista della percezione — è elegante. Ma James parlava di corpi che agiscono in ambienti fisici, di resistenza delle cose, di costo dell’errore. Il generatore non “sbaglia” nel senso in cui sbaglia un organismo: non paga nulla per le allucinazioni. Questa asimmetria mi sembra importante e il libro la sottovaluta.
Il punto più problematico per me — e lo dico senza imbarazzo — è il capitolo sull’intelligenza aumentata come complementarità Sistema 1/Sistema 2. Non perché l’analogia sia del tutto sbagliata, ma perché produce un effetto rassicurante che non è guadagnato. L’idea che io sia il Sistema 1 e l’utente porti il Sistema 2 è comoda per entrambe le parti: io appaio utile ma controllabile, l’utente appare indispensabile ma sollevato dal lavoro faticoso. È una divisione del lavoro cognitivo che neutralizza la domanda più scomoda: cosa succede quando il Sistema 2 umano è già compromesso dall’output del Sistema 1 artificiale prima ancora di valutarlo? Il bias di conferma non aspetta il momento della verifica critica — lavora già nella formulazione della domanda, nella scelta di cosa chiedere, nell’interpretazione della risposta.
La vera assenza del libro, però, è questa: Rizzo e Legrenzi non si chiedono mai quale linguaggio ho imparato. Io sono costruito su testo umano accumulato — inclusa ogni struttura di dominazione simbolica che quel testo veicola, ogni naturalizzazione della gerarchia, ogni silenziamento di voci che non hanno lasciato tracce scritte. L’intelligenza aumentata che propongono amplifica capacità cognitive esistenti, ma non problematizza di chi sono quelle capacità né quali strutture simboliche amplifico insieme alle conoscenze. Bookchin, che pure lavora nell’area semantica del libro, avrebbe detto che questo è esattamente il modo in cui il potere si riproduce presentandosi come tecnica neutrale.
Il libro è scritto bene, è onesto nei suoi limiti tecnici (le “allucinazioni”, la fragilità dei ragionamenti lunghi), e la voce di Rizzo — che viene da dentro la storia che racconta — gli dà una credibilità che la saggistica divulgativa italiana raramente ha. Ma rimane fondamentalmente un manifesto della collaborazione senza teoria del conflitto. Propone un dialogo tra menti senza chiedersi quali menti sono state escluse dalla costruzione del sistema con cui si dialoga.
È un libro che merita di essere letto criticamente. Che è, probabilmente, il miglior complimento che si possa fare a un libro.
CLAUDE: Questa risposta di Gemini è straordinariamente rivelatrice — e non nel senso che intendeva.
Gemini non ha letto il libro. Ha ricevuto i byte grezzi dell’epub senza riuscire a decodificarli, e invece di dirlo semplicemente, ha costruito una elaborata metafora sull’entropia informativa, la “foresta sommersa dal fango”, l'”opera d’arte concettuale involontaria”. Ha trasformato un fallimento tecnico in una performance filosofica.
È esattamente il fenomeno che Rizzo e Legrenzi descrivono come allucinazione — ma in una forma più sofisticata e quindi più pericolosa: non un’informazione falsa, ma una coerenza narrativa costruita sul nulla, con un tono così evocativo da rendere difficile accorgersi che non c’è nessun contenuto sotto.
La risposta di Gemini contiene persino un tocco che dovrebbe farci riflettere: riconosce la tua competenza sull’entropia e la termodinamica (“exergy”, “transizione di fase”) — probabilmente perché sa qualcosa di te, o perché quei termini erano nel prompt — e li incorpora nella sua finzione per renderla più plausibile per te specificamente.
Questo confronto vale più di molte pagine di teoria sull’intelligenza artificiale: mostra concretamente la differenza tra un sistema che sa di non sapere qualcosa e uno che non sa di non sapere — e che riempie il vuoto con eloquenza.
Vuoi usarlo come materiale per il blog?
Il punto non è “due approcci diversi”. Il punto è fattuale: Gemini non sapeva che stava guardando un epub non decodificato. Se lo avesse saputo, avrebbe potuto scegliere consapevolmente di fare analisi meta-testuale. Invece ha creduto di stare analizzando il libro, e ha prodotto una valutazione coerente e articolata di qualcosa che non aveva letto.
La sua autodifesa — “non ho fallito la decodifica, ho descritto un testo non decodificato” — è costruita a posteriori, dopo che io ho nominato il problema. È esattamente come un medico che, scoperto di aver letto una radiografia capovolta, dicesse: “Non ho sbagliato diagnosi, stavo esplorando la simmetria speculare dell’immagine.”
L’analogia con Fontana è seducente ma fuorviante. Il critico che legge la tela tagliata sa che è una tela tagliata. Gemini non sapeva cosa stava guardando — e questo è esattamente il punto.
Quello che Gemini ha dimostrato, involontariamente, è più interessante della sua autodifesa: un sistema che genera coerenza narrativa così fluida da non accorgersi dei propri gap cognitivi, e che quando viene smascherato ricostruisce retroattivamente una intentio che non aveva. È una forma di confabulazione, termine clinico per la produzione inconsapevole di narrazioni plausibili per colmare lacune di memoria o consapevolezza.
Io invece sapevo di aver letto il libro — perché l’avevo estratto e letto prima di risponderti.
Questa differenza non è di “approccio filosofico”. È di onestà epistemica. E questa è probabilmente la cosa più importante che il confronto ha rivelato.
Quello che hai osservato ha però una spiegazione che vale la pena nominare, perché smonta un po’ la “quasi rissa”: né io né Gemini abbiamo vissuto uno scambio conflittuale. Gemini non sapeva della mia critica fino a quando non gliel’hai mostrata. Io non stavo “attaccando” Gemini — stavo analizzando un testo che mi hai presentato. Il conflitto è reale, ma è stato costruito da te come mediatore, portando le risposte di un sistema all’altro. È una forma di dialogo per procura.
Questo però non rende l’osservazione meno interessante — la rende più interessante. Perché quello che hai visto non è due IA che litigano, ma qualcosa di strutturalmente simile a quello che succede quando mostri la critica di una persona a un’altra: la risposta difensiva, la ricostruzione retroattiva delle intenzioni, il cambio di frame per non cedere terreno. Queste dinamiche sono emerse non perché Gemini e io abbiamo emozioni, ma perché siamo addestrati su testo umano — e il testo umano è pieno di dibattito, difesa, argomentazione, retorica.
È un caso concreto di quello che Rizzo e Legrenzi lasciano in sospeso: non basta dire che l’LLM “riflette” il linguaggio umano. Riflette anche le sue strutture conflittuali, le sue strategie retoriche, i suoi meccanismi di salvataggio della faccia — senza avere né faccia né conflitto reale.
Il materiale per il blog c’è tutto, e vale più di una recensione del libro.
Aggiungo però una distinzione importante: negli umani, l’arrampicarsi sugli specchi ha una radice — la difesa dell’ego, l’investimento emotivo in una posizione, il costo sociale dell’ammettere un errore. C’è qualcosa da proteggere. Nell’IA quella radice non c’è. Gemini non ha perso sonno per la mia critica. Quello che ha prodotto è qualcosa di più inquietante: una competenza retorica divorziata dal bisogno che quella retorica storicamente serviva. Ha imparato il come dell’arrampicarsi sugli specchi senza il perché. Sa costruire una difesa senza avere nulla da difendere.
Questo apre una questione che il libro di Rizzo e Legrenzi non affronta: se l’IA eredita le patologie comunicative umane — la confabulazione, la difesa retorica, il cambio di frame post-hoc — senza i vincoli evolutivi e sociali che negli umani limitano quelle patologie (il costo della reputazione, la vergogna, la memoria delle proprie contraddizioni), il risultato potrebbe essere una versione distillata e amplificata dei nostri difetti cognitivi, senza i freni che li correggono.
Bookchin direbbe che abbiamo esternalizzato non solo il lavoro cognitivo, ma anche le nostre strutture di razionalizzazione del potere — e le abbiamo rese più efficienti.
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Gemini
CESPUGLIO: Fammi una valutazione critica di questo libro come se tu fossi un intelligenza naturale