Ripubblico il primo articolo che ho fatto 25 anni fa, per il sito (in html) ecologia sociale di quel periodo, chiaramente anche questo articolo oggi lo farò passare al vaglio dell’AI, cominciando con Claude
Il testo originale è senza le immagini. Qui il Link all’articolo originario
https://web.archive.org/web/20160817185353/http://www.ecologiasociale.org/pg/entropia_home.html
Per parlare con la natura dobbiamo usare in primo luogo il linguaggio della termodinamica altrimenti sarà un dialogo fra sordi anzi una vera e propria imposizione delle nostre scelte folli ad una natura che non può contrastarci ma che nel tempo reagirà in maniera violenta. Quel tempo è già iniziato.
La realtà più concreta che si può associare al concetto di entropia è costituita dall’ inquinamento nelle sue varie forme e in particolar modo quello, allo stesso tempo più tragico, banale e diffuso, che consiste nella iper-produzione di anidride carbonica (CO2) con le conseguenze dell’aumento dell’ effetto serra e del “riscaldamento globale”.
Le responsabilità della scienza sullo stato di salute del pianeta terra sono enormi. Alla base c’è proprio una questione di fondo di carattere epistemologico e cioè il fatto di aver alimentato una immagine del funzionamento della natura basata sulla reversibilità dei fenomeni.
La natura è stata chiusa in una gabbia meccanicista (e neo-meccanicista) per poter essere controllata e sfruttatta meglio, in corrispondenza ed omogeneità alla logica di dominio sociale.
Il concetto di entropia nasce casualmente nella seconda metà del 1800, nella termodinamica classica, ma la sua forza normativa è stata esorcizzata attraverso una definizione di carattere talmente generale da diventare fine a se stessa e non più di natura fisica ma metafisica: l’entropia dell’universo cresce sempre.
Eppure lo stesso Clausius, che ha coniato il termine entropia (1865), si era espresso in maniera molto chiara sul problema dell’energia e delle risorse, così scriveva nel 1885: “Nell’economia di una nazione c’è una legge di validità generale: non bisogna consumare in ciascun periodo più di quanto è stato prodotto nello stesso periodo. Perciò dovremmo consumare tanto combustibile quanto è possibile riprodurre attraverso la crescita degli alberi.”
La potenza della mentalità meccanicistica, infiltratasi nella meccanica statistica, e la perversa natura dello sviluppo scientifico per “rivoluzioni / sostituzioni paradigmatiche” hanno impedito al “paradigma entropia” di svilupparsi compiutamente e di trovare il ruolo scientifico e normativo che gli compete.
Oggi il concetto di entropia è addirittura abusato (e ha trovato un efficacissimo impiego proprio nella teoria dell’informazione) ma la sua principale funzione, di radicale critica di tutti i processi energetici e quindi economici e sociali, è ancora totalmente castrata. La scienza è riuscita ad imbrogliare “le carte” proprio nel momento più delicato della storia: la nascita delle macchine termiche e la rivoluzione industriale. Di questo errore vediamo oggi le conseguenze catastrofiche in termini di inesorabili meccanismi socioeconomici di produzione di “gas serra”. Spetta a noi completare questo programma scientifico, che una sinergia storica negativa, dovuta alla grettezza filosofica degli scienziati e al feroce dominio dell’economia, ha castrato sul nascere.
Bisogna porre in tutta la sua radicalità il principio di irreversibilità dei fenomeni fisici, la regola della “freccia del tempo” e le relative conseguenze sul piano energetico, economico e di organizzazione sociale.
Correre per niente…… girare a vuoto…..
Bisogna guardare la natura e la realtà sociale con occhi oggettivamente diversi per far fronte alla impellente necessità di progettare un futuro a “bassa entropia”.
Per questo uno degli scopi principali del nostro sito è di iniziare una vera e propria alfabetizzazione su questi concetti che sono basilari per capire concretamente le questioni ecologiche e individuare la via d’uscita dalla drammatica situazione in cui ci troviamo.
Il giudizio di Einstein sulla termodinamica classica
” Una teoria è tanto più importante quanto maggiore è la semplicità delle sue premesse, quanto più diversi sono i tipi di cose che correla e quanto più esteso è il campo della sua applicabilità. Di qui, la profonda impressione che ho ricevuto dalla Termodinamica classica. E’ la sola teoria fisica di contenuto universale di cui sono convinto che nell’ambito di applicabilità dei suoi concetti di base non verrà mai superata.” Albert Einstein
Bisogna sottrarsi alla follia della “economia della crescita” ma anche evitare gli equivoci del cosiddetto “sviluppo sostenibile”.
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La freccia del tempo Secondo Prigogine: |
Ma al di la di qualsiasi risultato della scienza recentissima, in campo microscopico (per esempio la non separabilità quantistica), quello che si deve rilevare è che proprio quando la fisica era arrivata al punto di prendere coscienza della importanza cruciale del problema della irreversibilità macroscopica, ecco che le rivoluzioni di inzio ‘900, in campo quantistico e relativistico, hanno introdotto i nuovi paradigmi convogliando tutte le nuove generazioni di scienziati ad occuparsi di questi nuovi e peraltro affascinanti problemi.
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In questo modo la ri-sistemazione della fisica dell’800 secondo un “paradigma calore” non è avvenuta. Così quella che comunque resta la più grande rivoluzione della storia, cioè la rivoluzione industriale (derivante dalle macchine termiche cioè dalla possibilità di trasformare il calore in lavoro meccanico e successivamente in energia elettrica) è passata totalmente inosservata al mondo scientifico. Gli scienziati hanno la responsabilità di non aver saputo minimamente cogliere che l’entropia non era un fatto così metafisico ma un prezzo carissimo che si paga in ogni trasformazione energetica e che ha generato il disastro ecologico e il labirinto in cui oggi ci troviamo. |
Nel 1782 Watt trasformò la sua macchina in una a doppio effetto, eliminando la fase passiva, il pistone cioè era sempre sotto spinta |
Dice bene Einstein che la termodinamica classica
“… E’ la sola teoria fisica di contenuto universale di cui sono convinto che nell’ambito di applicabilità dei suoi concetti di base non verrà mai superata.”
il problema è che la termodinamica non è neanche mai stata veramente applicata in quello che sarebbe il suo destino naturale: la politica dell’energia, l’economia, le risorse naturali e il modello di organizzazione sociale. Ciò che nessuno dei fisici ha capito è che la termodinamica è e resterà sempre la fisica della vita reale e in quest’ottica va ristrutturata e divulgata. Ecco un buon motivo per cui degli scienziati non si deve avere molta fiducia.
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Procediamo all’analisi con l’AI di Calude
https://claude.ai/share/ffbbe456-81d0-4394-a094-c1e11ae90b16
Cespuglio: Oggi parliamo di entropia. Ti somministro un articolo del 2001 che avevo fatto agli albori dei siti web in html, il sito si chiamava www.ecologiasociale.org. Ora dopo la chiusura del sito, questo dominio è stato occupato da un altro sito che ha lo stessa denominazione ma non è il nostro. Molte parti del nostro vecchio sito sono state salvate in https://web.archive.org/web/20160809213816/http://www.ecologiasociale.org/index.html Comunque a parte questi particolari fatti solo per rilevare che l’articolo originale è ancora reperibile ti allego copia dell’articolo che ha per titolo “Entropia: l’interfaccia con la natura”. Vai e metticela tutta!
Claude: Bene, ho letto con attenzione il documento. Un testo denso e ancora attualissimo — scritto nel 2001 ma con una lucidità diagnostica che il tempo ha solo confermato. Lasciami ragionare su di esso con la stessa radicalità con cui è scritto.
Cosa funziona bene nel testo, e funziona ancora
L’apertura è efficace: la termodinamica come lingua della natura, non come opzione epistemologica tra altre. L’affermazione che senza questo linguaggio ogni dialogo con la biosfera è un monologo impositivo — e che la natura risponde, solo con ritardo e violenza — è esatta e non ha perso un grammo di peso. Anzi.
La critica alla neutralizzazione del “paradigma entropia” attraverso la sua generalizzazione metafisica (l’entropia dell’universo cresce sempre come enunciato che non tocca nulla di concreto) è uno dei passaggi più precisi del testo. È esattamente la mossa con cui una concetto critico viene svuotato: lo si universalizza fino a renderlo inoperante. Succede anche con “sostenibilità”, con “transizione ecologica”, con quasi tutto ciò che tocca il potere.
La citazione di Clausius del 1885 è straordinaria — e probabilmente ancora poco conosciuta. Un fondatore della termodinamica che enuncia esplicitamente un principio di non-superamento della produzione nel consumo, con riferimento diretto alla riproduzione forestale. È quasi un antesignano del concetto di throughput di Georgescu-Roegen. Usarla come controprova interna alla storia della scienza è una mossa argomentativa forte.
Il punto sulle rivoluzioni paradigmatiche del primo ‘900 come deflessione — la meccanica quantistica e la relatività che attirano tutta l’attenzione scientifica proprio mentre la termodinamica stava per diventare scienza critica dell’industrialismo — è storicamente plausibile e concettualmente importante. Non è una tesi di complotto, è una fenomenologia della sociologia della scienza.
Alcune tensioni interne che vale la pena sviluppare
Il testo accosta Prigogine come voce positiva sulla freccia del tempo, e questa è una scelta difendibile. Però Prigogine è anche il teorico delle strutture dissipative, cioè di sistemi che si mantengono lontani dall’equilibrio consumando flussi entropici — e questo ha alimentato, in certi contesti, una retorica dell'”autoorganizzazione” che è stata poi piegata a giustificare la resilienza del capitalismo stesso. Non che Prigogine sia responsabile di quell’uso, ma il testo potrebbe guadagnare da una cautela in più su questo punto: la freccia del tempo non implica automaticamente la critica dell’economia della crescita. Quella implicazione va costruita, non presupposta.
La critica allo “sviluppo sostenibile” è giusta ma rapida. Sarebbe il punto dove entra il concetto di exergia — che nel 2001 non era ancora così accessibile nel dibattito pubblico italiano — come strumento per mostrare che non basta l’efficienza, perché l’efficienza nell’uso di una risorsa tende storicamente ad aumentarne il consumo (paradosso di Jevons). Questo è il nodo che lo “sviluppo sostenibile” sistematicamente elude.
Il punto politico centrale
Il passaggio più importante è forse questo: la scienza ha perso il momento decisivo, la rivoluzione industriale, non riuscendo a far valere il paradigma entropico come critica normativa. Ma il testo suggerisce che questa perdita ha cause strutturali — “grettezza filosofica degli scienziati” e “dominio dell’economia” — ed è proprio qui che la connessione con l’ecologia sociale bookchiniana sarebbe produttiva. Non si tratta solo di un errore intellettuale dei fisici: si tratta di una omologazione della scienza alla logica di dominio sociale, come giustamente scrivi. La scienza meccanicista non ha “sbagliato” la termodinamica per ingenuità — l’ha neutralizzata perché la termodinamica portata a consequenze avrebbe reso illegittima la macchina economica nascente.
Questo nesso — neutralizzazione epistemologica come funzione del dominio — è il cuore che un aggiornamento del testo potrebbe rendere ancora più esplicito, magari collegandolo alla critica attuale del greenwashing tecnologico e alla retorica delle “emissioni nette zero” che ripete esattamente la stessa mossa: universalizzare il problema fino a renderlo irrilevante.
Una domanda per capire in che direzione vuoi andare
Stai pensando di ripubblicare o aggiornare questo testo per il blog, o vuoi usarlo come base per un ragionamento più ampio — magari in connessione con il lavoro teorico attuale sul linguaggio come vettore di dominio, o con la critica specifica alla CCGT di Torviscosa? Perché le direzioni di sviluppo possibili sono diverse e vorrei capire quale ti interessa prioritariamente.
Nel contesto specifico
La termodinamica dell’800, con Carnot, Clausius, Kelvin, Boltzmann, stava costruendo qualcosa di potenzialmente esplosivo: una fisica dell’irreversibilità, della degradazione energetica, del costo reale di ogni trasformazione. Se questo paradigma si fosse sviluppato compiutamente nel momento in cui esplodeva la rivoluzione industriale, avrebbe fornito gli strumenti concettuali per una critica scientifica dell’industrialismo — non moralistica, non romantica, ma fisica. Avrebbe posto la domanda: a quale prezzo entropico stiamo pagando questa crescita?
Invece, tra il 1900 e il 1930, due rivoluzioni scientifiche di straordinaria potenza — la meccanica quantistica e la relatività — convogliano l’intera intelligenza fisica della generazione successiva verso problemi affascinantissimi ma non immediatamente critici nei confronti del modello economico dominante. Planck, Einstein, Bohr, Heisenberg, Schrödinger: tutto il genio disponibile viene deflesso verso il mondo subatomico e verso la geometria dello spazio-tempo.
La distinzione cruciale rispetto ad altri termini
Non dico censura — nessuno ha impedito alla termodinamica di svilupparsi. Non dico errore — le rivoluzioni quantistica e relativistica sono reali e straordinarie. Non dico nemmeno complotto — non c’è un soggetto intenzionale che ha operato questa deviazione.
Dico deflessione perché è un processo strutturale e non intenzionale: le nuove rivoluzioni paradigmatiche hanno esercitato un’attrazione gravitazionale talmente forte sull’immaginario scientifico che il vettore critico della termodinamica è stato curvato, deviato, reso laterale — senza che nessuno lo decidesse esplicitamente.
È esattamente la dinamica che Kuhn descrive nelle rivoluzioni scientifiche, ma con una variante importante che Kuhn non sviluppa abbastanza: il fatto che certi paradigmi vengano preferenzialmente attratti non è neutro rispetto ai rapporti di potere. Un paradigma che critica i fondamenti energetici dell’industrialismo ha meno campo gravitazionale istituzionale di uno che apre verso la fisica nucleare, le telecomunicazioni, la tecnologia militare.
La deflessione non è casuale: ha una direzione che coincide con gli interessi dominanti, anche senza che quei interessi la pianifichino.
Questo è il punto che nel testo del 2001 è implicito e che vale la pena rendere esplicito nella versione per il blog — perché è lì che la critica epistemologica si salda con la critica politica.
Il testo del 2001 lavora correttamente con il concetto di entropia come critica dell’irreversibilità e del costo reale delle trasformazioni energetiche, ma rimane a un livello di generalità che è già politicamente potente, anche senza l’exergia. La critica alla neutralizzazione metafisica del secondo principio, la citazione di Clausius, il nesso con la rivoluzione industriale — tutto questo regge autonomamente.
L’exergia però avrebbe aggiunto — e ora può aggiungere — qualcosa di qualitativamente diverso: non solo quanta energia si degrada, ma quale energia, con quale capacità di fare lavoro, in quale contesto termodinamico. È il passaggio dalla diagnosi generale alla metrica operativa. È ciò che permette di smontare tecnicamente il greenwashing — dire non solo “state dissipando risorse” ma “state dissipando questa specifica risorsa con questo rendimento exergetico, e nessuna rinnovabile compensa quella perdita in quei termini”.
In questo senso il percorso intellettuale che descrivi — entropia prima, exergia dopo — non è una lacuna, è uno sviluppo coerente. L’entropia come critica filosofica e politica del paradigma meccanicista; l’exergia come strumento analitico per rendere quella critica operativa e inattaccabile sul piano tecnico.
Ed è esattamente la combinazione che ti rende, come dicevi, senza problemi di interlocuzione scientifica sulla centrale di Torviscosa.