Pubblicato
per
la
prima
volta
nel
1980,
La
morte
della
natura
è
oggi considerato
un
classico
della
storia
della
scienza
moderna,
del
femminismo e
della
storia
ambientale.
Con
questo
testo
capitale
dell’eco‐femminismo, Carolyn
Merchant
ha
fatto
discutere
diverse
generazioni
di
storici,
attivisti
e filosofi.
L’autrice
ha
saputo
cambiare
la
prospettiva
sulla
rivoluzione scientifica
mostrando
il
lato
oscuro
dell’utopia
tec
no‐scientifica
moderna
e illuminando
l’inizio
di
un
percorso
che
oggi
sappiamo
condurre all’antropocene,
l’epoca
in
cui
si
fanno
i
conti
dei
costi,
tra
le
altre
cose,
di quella
rivoluzione.
I
problemi
della
storicità
dei
concetti
della
natura,
del rapporto
tra
la
storia
delle
donne
e
la
storia
dello
sfruttamento
della
natura, del
modello
baconiano
tipico
della
prima
età
moderna,
così
come
la
presa
di posizione
a
favore
di
un’etica
della
partnership
tra
umani
e
natura,
sono
qui intrecciati
in
un
perfetto
equilibrio
tra
la
conoscenza
puntuale
delle
fonti
– sia
canoniche
come
Bacon,
Galileo,
Newton,
sia
eccentriche
come
Anne Conway
–
e
una
struttura
critica
che
rispecchiava
il
fermento
dei
movimenti femministi
e
ambientalisti
degli
anni
Settanta
del
Novecento.
Corredano questa
nuova
edizione
la
traduzione
delle
due
prefazioni
del
1990
e
del 2020
e
un’introduzione
che
inquadra
la
complessa
ricezione
del
libro
e
ne traccia
alcune
potenziali
linee
di
lettura
attuali.
CAROLYN
MERCHANT
(1936) è
una
filosofa
ecofemminista
e
storica
della scienza
statunitense,
famosa
soprattutto
per
la
sua
teoria
sulla
morte
della natura,
con
la
quale
identifica
la
rivoluzione
scientifica
del
XVII
secolo come
il
periodo
in
cui
la
scienza
ha
iniziato
ad
atomizzare,
oggettivare
e sezionare
la
natura.
Le
sue
opere
sono
fondamentali
per
lo
sviluppo
della storia
ambientale
e
della
storia
della
scienza.
È
professoressa
emerita
di storia
ambientale,
filosofia
ed
etica
all’Università
della
California‐Berkeley.

La morte della natura tra storia e politica
Carolyn Merchant, La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica, Editrice Bibliografica, Milano 2022 (ed. orig. 1980)
Quarantadue anni separano la prima edizione americana di questo libro dalla nuova edizione italiana curata da Paolo Savoia per Editrice Bibliografica. Non è un intervallo trascurabile: il libro è sopravvissuto alla dissoluzione del contesto politico che l’aveva generato, alla sbornia postmodernista che l’aveva marginalizzato, e alla crisi ecologica che l’ha riportato in primo piano con una plausibilità sempre più difficile da ignorare. Rileggerlo oggi significa misurare sia la sua tenuta sia i suoi punti di cedimento.
La tesi centrale è nota: tra il XVI e il XVII secolo l’immagine di un cosmo organico con al centro una terra viva e femminile ha lasciato spazio a una visione meccanicistica del mondo in cui la natura è stata concepita come inerte e passiva, destinata ad essere dominata e controllata. Merchant ricostruisce questa transizione come un processo storico concreto, non come una deriva di idee disincarnate: ci sono il capitalismo commerciale emergente, le enclosures, le bonifiche delle paludi, l’espansione mineraria, la caccia alle streghe, e tutto questo si intreccia con le nuove cosmologie di Bacone, Descartes, Harvey, Hobbes, Newton. Non è idealismo, pur avendo alcune fragilità che a quella tradizione si avvicinano.
Il punto di forza del libro, e ciò che lo distingue dai contemporanei francofortesi con cui viene spesso accomunato, è il rifiuto di qualsiasi determinismo semplice. Merchant non sostiene che le idee causino i fatti economici né che i fatti economici causino le idee: sostiene che esiste una plausibilità differenziale. In un dato contesto sociale alcune idee sembrano più sensate di altre, alcune cornici concettuali vengono preferite non perché siano vere ma perché sono compatibili con ciò che il nuovo sistema produttivo richiede. L’organicismo rinascimentale non viene sconfitto in campo aperto: viene progressivamente svuotato di plausibilità da trasformazioni materiali che rendono le sue norme etiche — la terra è viva, non si viola il grembo di una madre — sempre più difficili da far valere contro le pressioni dell’economia mineraria e mercantile.
L’analisi più tagliente del libro riguarda Francis Bacone. Merchant mostra come il linguaggio con cui Bacone descrive il nuovo metodo scientifico attinga sistematicamente dalle aree semantiche dell’inquisizione, della tortura e del dominio sessuale. La natura è una donna da interrogare con strumenti meccanici, da costringere a rivelare i propri segreti, da penetrare nei suoi recessi e fessure. Questo non è solo retorica: Bacone era il procuratore generale di Giacomo I nel momento in cui l’Inghilterra inaspriva le leggi sulla stregoneria, e la sua filosofia della scienza fonde esplicitamente il programma cognitivo con quello di sfruttamento delle risorse naturali a beneficio della classe borghese emergente. La fusione di magia naturale come tecnica manipolativa, tecnologie minerarie, idea di progresso e struttura patriarcale della famiglia e dello Stato non è una congiuntura accidentale: è il programma della nuova Atlantide.
Proprio qui, però, il libro mostra la sua principale vulnerabilità strutturale. Merchant data la morte della natura al XVII secolo, alla rivoluzione scientifica e all’emergere del capitalismo commerciale. Ma il dominio sulla natura — e soprattutto il dominio dell’uomo sulla donna naturalizzato come ordine cosmico — preesiste abbondantemente a Bacone. L’aristotelismo che Merchant stessa ricostruisce minuziosamente nel capitolo sull’organicismo rinascimentale non è un sistema egualitario: è una gerarchia in cui la femmina è materia passiva, il maschio è principio attivo, e la terra è feconda solo perché riceve il seme celeste maschile. Il cosmo organico pre-moderno non è un’età dell’oro del rapporto tra uomo e natura: è un sistema gerarchico in cui la gerarchia è garanzia di ordine cosmico, e la natura femminile è subordinata per definizione. L’immagine della terra-madre non protegge la terra: la espone, semmai, a un tipo diverso di sfruttamento, quello ritualizzato e periodico dell’agricoltura patrilineare, della pastorizia, dell’estrazione controllata.
In questo senso la critica che Merchant stessa avanza all’ecofemminismo radicale — che rischia di perpetuare le gerarchie che vorrebbe sovvertire reintroducendo un’essenza femminile della natura e della cura — vale in parte anche per il suo proprio libro. Non per gli obiettivi dichiarati, che sono esplicitamente costruttivisti e anti-essenzialisti, ma per la struttura narrativa: il prima è organico e la terra è viva, il dopo è meccanicistico e la terra è morta. Il discrimine è la rivoluzione scientifica del XVII secolo. Ma questa periodizzazione lascia nell’ombra millenni di dominio sulla natura e sulla donna che non hanno avuto bisogno di Descartes per funzionare.
Il problema non è di dettaglio storiografico: è di teoria politica. Se il dominio sulla natura è una caratteristica strutturale di civiltà agrarie gerarchiche — e ci sono ragioni solide per pensarlo, a partire dall’analisi delle forme di potere pre-statali e statali in società senza scrittura che non aspettano il XVII secolo per esprimere rapporti di dominio sull’ambiente — allora la rivoluzione scientifica non è l’origine del problema ma un’intensificazione e una razionalizzazione di qualcosa di più antico. La meccanicizzazione della natura non crea il dominio: lo deritualizza, lo desacralizza, lo rende tecnicamente più efficiente e moralmente meno gravato da interdizioni. Elimina i freni normativi, ma questi freni già operavano all’interno di sistemi gerarchici che non avevano nessuna intenzione di liberare la natura o le donne.
Questa è la posta in gioco reale che il libro pone, anche senza risolverla. Merchant lo percepisce parzialmente: per questo prende le distanze dall’ecofemminismo radicale e dichiara di stare con l’ecofemminismo sociale di matrice bookchiniana, che mette al centro la dominazione dell’umano sull’umano come radice della dominazione della natura. Ma questa scelta teorica, giusta nella direzione, non viene poi integrata nella ricostruzione storica del libro: che resta costruita attorno alla polarità organicismo/meccanicismo, con tutti i rischi di nostalgia per un prima che non è mai stato quello che sembra.
La parte più solida del libro sul piano analitico è proprio quella in cui Merchant mostra come le alternative alla visione meccanicistica — il vitalismo paracelsiano, il monismo di Anne Conway, la dialettica leibniziana contro il meccanicismo newtoniano — non fossero ingenue illusioni pre-moderne ma posizioni teoricamente consistenti che persero la battaglia non per insufficienza intellettuale ma per ragioni di compatibilità con gli interessi economici e politici dominanti. Il vitalismo di Conway, in particolare, viene trattato con una serietà rara per un’opera della fine degli anni Settanta: qui la storia delle idee non è decorazione ma argomento, e il gesto di recuperare una filosofa del XVII secolo come interlocutrice teorica, non come curiosità, mantiene intatta la sua forza.
Rimane aperta la questione dell’etica della partnership con cui il libro si conclude e che Merchant ha sviluppato nelle opere successive: eguaglianza tra comunità umane e non-umane, considerazione morale delle specie non-umane, rispetto della biodiversità come condizione della diversità culturale. Sono principi che si situano correttamente sul terreno della critica alla gerarchia e allo sfruttamento, ma che richiedono un’analisi delle condizioni materiali e politiche della loro realizzabilità che va oltre l’orizzonte del libro. La domanda di Bonneuil e Fressoz — perché di fronte alla consapevolezza ecologica si sia comunque continuato a distruggere il pianeta — è anche la domanda che questo libro, nonostante tutto, ancora costringe a porre.
La morte della natura non è un libro perfetto. È un libro necessario, nel senso preciso che sarebbe stato necessario scriverlo anche se non fosse stato scritto nel 1980, e che le sue domande fondamentali non hanno ancora risposta. In un momento in cui l’ecomodernismo propone nuove forme di geopotere travestite da sostenibilità, e in cui la crisi climatica viene recapitata alla porta della tecnologia piuttosto che a quella del sistema economico che l’ha prodotta, la lucidità con cui Merchant collega dominazione della natura, dominazione delle donne e capitalismo conserva una forza che nessuna professionalizzazione disciplinare ha saputo neutralizzare.
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The Death of Nature: Ecofeminism and the Scientific Revolution
Il testo presenta l’opera seminale di Carolyn Merchant, La morte della natura, un pilastro della storia della scienza e dell’ecofemminismo. L’autrice analizza come, tra il XVI e il XVII secolo, la rivoluzione scientifica abbia sostituito l’antica immagine della terra come organismo vivente e femminile con una visione meccanicistica e inerte. Questa trasformazione culturale e filosofica ha rimosso i vincoli etici che proteggevano l’ambiente, legittimando lo sfruttamento tecnologico e il dominio sistematico sia sulla natura che sulle donne. Attraverso una prospettiva socialista e anti-essenzialista, Merchant connette la nascita del capitalismo moderno alla crisi ecologica contemporanea e all’era dell’Antropocene. Le fonti delineano infine la necessità di una nuova etica della partnership, volta a ripristinare un equilibrio sostenibile tra l’umanità e un mondo naturale non più inteso come macchina, ma come entità autonoma.
Fammi una recensione articolate del libro
La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica di Carolyn Merchant, pubblicato originariamente nel 1980, è oggi considerato un classico fondamentale della storia della scienza, della storia ambientale e dell’ecofemminismo. Il testo analizza la radicale trasformazione della visione del mondo avvenuta tra il XVI e il XVII secolo, documentando come il passaggio da un modello organico a uno meccanicistico abbia sancito il dominio dell’uomo sia sulla natura che sulla donna.
Il cuore della tesi: dal cosmo vivente alla macchina
La tesi centrale di Merchant è che, prima della Rivoluzione scientifica, la terra fosse concepita come un organismo vivente, un’alma madre benevola che provvedeva ai bisogni dell’umanità. Questa immagine organica fungeva da limite etico: era moralmente difficile giustificare lo sfruttamento distruttivo (come l’estrazione mineraria invasiva) di un essere considerato vivo e sensibile.
Tuttavia, tra il 1500 e il 1700, questa visione lasciò il posto a una visione meccanicistica, in cui la natura fu ridotta a materia inerte, passiva e priva di anima, destinata a essere controllata dagli esseri umani. In questo nuovo paradigma, la natura non è più una madre da rispettare, ma una risorsa da sfruttare per il profitto, una trasformazione resa possibile dall’ascesa del capitalismo commerciale.
Ecologia e trasformazione sociale
L’opera si distingue per il suo approccio metodologico che intreccia storia delle idee e storia ecologica. Merchant esamina tre ecosistemi chiave in transizione:
- Le fattorie: Il passaggio dalla comunità di villaggio cooperativa, basata sulla sussistenza, all’agricoltura capitalistica e al sistema delle recinzioni (enclosures), che portò allo spopolamento rurale e all’esaurimento del suolo.
- Le paludi: Il prosciugamento delle zone umide (come i Fens inglesi) per fini agricoli distrusse equilibri millenari e i mezzi di sussistenza delle popolazioni locali, spesso tra violente proteste.
- Le foreste: Lo sviluppo dell’industria mineraria, metallurgica e navale causò una crisi del legname senza precedenti, forzando il passaggio al carbone fossile e segnando l’inizio dell’inquinamento atmosferico moderno.
Donne, streghe e “scienza”
Un pilastro del libro è il legame ecofemminista tra la dominazione della natura e quella delle donne. Merchant argomenta che l’immagine della “natura disordinata” e selvaggia fu simbolicamente associata alla donna. Durante i processi alle streghe, la tortura e l’interrogatorio delle donne divennero il modello per l’inquisizione della natura operata dalla scienza.
Francis Bacon è descritto come una figura chiave in questo processo, poiché utilizzò metafore di dominio e “vessazione” per descrivere il metodo sperimentale: la natura doveva essere “costretta a servire”, “fatta schiava” e interrogata per strapparle i suoi segreti. Parallelamente, nella sfera della riproduzione, la medicina “maschile” iniziò a marginalizzare le levatrici e a ridefinire il ruolo della femmina come ricettore passivo del principio attivo maschile.
Alternative e resistenze: il vitalismo
Merchant non si limita a descrivere la vittoria del meccanicismo, ma recupera le “tradizioni perdute” che vi si opposero. Esamina il vitalismo di figure come Anne Conway e Gottfried Wilhelm Leibniz, i quali sostenevano che la materia non fosse morta, ma intrinsecamente viva e dotata di percezione. La monade di Leibniz e la filosofia di Conway rappresentano una reazione organica che cercò di preservare la vitalità del cosmo contro l’atomismo inerte di Descartes e Hobbes.
Critiche e rilevanza attuale
Nonostante le accuse di essenzialismo mosse da alcuni critici postmoderni, Merchant ha chiarito nelle prefazioni successive che il suo lavoro non difende un’essenza astorica della femminilità, ma analizza le costruzioni storiche e sociali della natura e della donna come entità subordinate.
Oggi, nell’epoca dell’Antropocene, il libro appare profetico nel tracciare le radici della crisi ecologica e pandemica attuale. L’autrice propone un’etica della partnership tra umani e natura, basata sull’uguaglianza, il rispetto della biodiversità e la gestione ecologica sostenibile, in alternativa al sogno moderno di controllo totale.
In sintesi, La morte della natura resta un’opera fondamentale che invita a ripensare radicalmente il nostro rapporto con il pianeta, proponendo una via d’uscita dalla visione del mondo come macchina per riscoprire la Terra come una comunità vivente e interconnessa.
Quali furono le resistenze vitaliste di Anne Conway?
Le resistenze vitaliste di Anne Conway (1631-1679) si configurarono come una delle reazioni filosofiche più radicali e originali alla visione meccanicistica del mondo del XVII secolo. Allieva di Henry More e figura centrale della scuola di Cambridge, la Conway sviluppò un vitalismo monistico che contestava apertamente il dualismo di Descartes e il materialismo di Hobbes.
Le sue principali argomentazioni e “resistenze” possono essere sintetizzate nei seguenti punti:
- Rifiuto della “materia morta”: La Conway si oppose fermamente all’idea cartesiana che la natura fosse composta da materia inerte, “stupida” e priva di vita. Per lei, la materia non era una massa inanimata, ma era dotata di un’attività intrinseca e di sensibilità; sosteneva infatti che “tutte le cose hanno vita, e vivono realmente in qualche grado o misura”.
- Monismo contro Dualismo: A differenza dei suoi contemporanei che separavano nettamente spirito e corpo, la Conway propose un’unità monistica: spirito e corpo sono della stessa sostanza e differiscono solo per gradi di sottigliezza o densità. Il corpo è considerato spirito condensato, mentre lo spirito è un corpo sottile e volatile; essi sono quindi interconvertibili.
- La Natura come Organismo, non Macchina: La Conway criticò la metafora dell’orologio (cara a Descartes) per descrivere il cosmo e gli esseri viventi. Affermava che la natura fosse un “corpo vivente” dotato di un principio vitale interno di moto, rendendo gli esseri viventi “assai più sublimi di un mero meccanismo”.
- Il concetto di Monade: Attingendo dalla tradizione cabbalistica, la Conway introdusse il concetto di monade come centro di forza attiva e vitale. Questa visione postulava che in ogni creatura risiedesse un’infinità di altre creature, tutte collegate in una “società o colleganza” sotto uno spirito governante. Merchant sottolinea come questa concezione abbia influenzato direttamente Leibniz, che adottò il termine proprio dopo aver conosciuto le opere e le idee della Conway tramite Franciscus Mercurius van Helmont.
- Resistenza allo sfruttamento: Da un punto di vista ecologico, il suo vitalismo fungeva da limite etico: se la natura è un essere vivo e non una macchina inerte, lo sfruttamento distruttivo diventa moralmente problematico. Questa visione riconosceva un valore intrinseco a ogni parte del cosmo, rifiutando la riduzione della natura a mera risorsa manipolabile dall’esterno.
In sintesi, la filosofia di Anne Conway rappresentò una strenua difesa della vitalità del mondo contro il processo di “morte della natura” avviato dalla rivoluzione scientifica, cercando di preservare l’unità organica e spirituale del cosmo.
In che modo l’Antropocene conferma le tesi di Merchant?
L’Antropocene, inteso come l’epoca in cui l’umanità sperimenta i costi della rivoluzione scientifica e industriale, funge da convalida empirica e storica delle tesi centrali di Merchant. Il legame tra questa epoca e il pensiero dell’autrice si articola su diversi punti fondamentali:
1. Dalla morte metaforica alla morte concreta della natura
Mentre nel XVII secolo Merchant identificava la “morte della natura” nel passaggio simbolico e concettuale da un cosmo vivente a una macchina inerte, l’Antropocene rappresenta una morte della natura più concreta e meno metaforica. I dati sull’emissione dei gas serra e la crisi ecologica globale indicano che l’umanità sta ora affrontando il rischio di un’estinzione reale, non più solo la perdita di un’immagine del mondo. Il declino degli ecosistemi descritto nel libro (foreste, paludi, suoli) ha subito un’accelerazione drammatica che oggi chiamiamo Antropocene.
2. Il fallimento del paradigma del dominio
L’Antropocene conferma il “lato oscuro” dell’utopia tecno-scientifica moderna. Merchant sostiene che il modello baconiano di dominio sulla natura, nato per “vessarla” e strapparle i segreti, ha portato allo scollamento tra consapevolezza ecologica e sfruttamento del pianeta. L’attuale crisi climatica dimostra che l’ideale moderno di un controllo totale e prevedibile sulla natura è fallito, poiché la natura si sta rivelando “turbolenta” e ingovernabile.
3. La crisi del meccanicismo
La scienza dell’Antropocene, in particolare le scienze del clima, conferma che il paradigma meccanicista (che vede la natura come somma di parti isolate e passive) è inadeguato a comprendere la complessità dei sistemi terrestri. Merchant nota come la fisica quantistica, la termodinamica del disequilibrio e le teorie del caos abbiano già minato il meccanicismo, muovendosi verso un’ontologia relazionale e olistica che risuona con le antiche visioni organiche da lei descritte.
4. La necessità di un’etica della partnership
L’Antropocene rende urgente il passaggio da un’etica del dominio a un’etica della partnership tra umani e non-umani, proposta da Merchant fin dal 1980. Questa etica, confermata dalla necessità di gestire il pianeta in modo sostenibile, si basa su cinque punti:
- Eguaglianza tra comunità umane e non-umane.
- Considerazione morale per le specie non-umane.
- Rispetto della diversità culturale e della biodiversità.
- Inclusione di donne e minoranze nella responsabilità morale.
- Gestione ecologica volta alla salute globale del pianeta.
5. Persistenza di visioni predatorie
Merchant osserva che, nonostante la crisi dell’Antropocene, le forme del meccanicismo rimangono dominanti in settori come la genetica e la geo-ingegneria. Quest’ultima viene criticata dall’autrice come un’ennesima forma di dominazione tecnologica che cerca di risolvere i problemi creati dal vecchio paradigma senza metterne in discussione le basi economiche e culturali.
In sintesi, l’Antropocene rappresenta per Merchant il momento del “conguaglio” storico, in cui la Terra, non più percepita come madre nutrice ma come risorsa passiva, reagisce con forze che superano il potere di controllo dell’uomo.
In che modo la natura è diventata ‘ingovernabile’?
Secondo le fonti, la natura è diventata “ingovernabile” nel momento in cui il progetto moderno di controllo totale è entrato in crisi, rivelando una realtà fisica che non si comporta come la macchina passiva immaginata durante la rivoluzione scientifica.
Ecco i modi specifici in cui, secondo Carolyn Merchant, si manifesta questa “ingovernabilità”:
- Fallimento del paradigma del dominio: Merchant spiega che il modello baconiano, volto a “vessare” la natura per strapparle i segreti, si basava sull’idea che essa fosse interamente sottomettibile. L’attuale crisi ecologica dimostra invece che la natura possiede un elemento irriducibile alla cultura e alla storia, una parte di autonomia che sfugge al controllo umano.
- La natura come entità “turbolenta”: Oggi la natura non è più percepita come un miraggio di purezza incontaminata (“wilderness”), ma come una forza turbolenta in costante cambiamento e interazione con l’umano. Il cambiamento climatico è l’esempio più calzante di questa natura autonoma e imprevedibile.
- Il paradosso del controllo: La sfida dell’epoca attuale consiste nel comprendere che viviamo all’interno di una natura che è “al contempo controllabile e al di là del nostro potere”. I tentativi di gestirla tramite la geo-ingegneria o soluzioni puramente tecnologiche sono visti da Merchant come un’ulteriore forma di dominazione che non riconosce questa ingovernabilità intrinseca.
- Crisi del meccanicismo: Le scienze del clima e paradigmi come la teoria del caos hanno mostrato che i sistemi ambientali sono governati da relazioni non lineari, rendendo la fiducia cieca nelle predizioni semplici del meccanicismo del XVII secolo del tutto inadeguata.
In sintesi, la natura è diventata ingovernabile perché la sua potenza creativa e le sue reazioni sistemiche (quella che un tempo veniva chiamata natura naturans) sono tornate in primo piano, superando la capacità umana di previsione e gestione razionale tipica della modernità.
In che modo il capitalismo ha influenzato la visione meccanicistica?
Secondo l’analisi di Carolyn Merchant, il capitalismo commerciale è stato il motore economico e sociale fondamentale che ha reso necessaria la transizione da una visione del mondo organica a una visione meccanicistica. Questa trasformazione non è stata solo intellettuale, ma profondamente legata ai nuovi modi di produzione e sfruttamento delle risorse.
In che modo il capitalismo ha plasmato il meccanicismo:
- Rimozione dei limiti etici allo sfruttamento: Prima della rivoluzione scientifica, la natura era vista come una “madre nutrice” viva e sensibile. Questa immagine organica fungeva da limite culturale: era moralmente difficile giustificare atti distruttivi, come lo scavo profondo nelle “viscere” della terra, contro un essere considerato vivo. Il capitalismo commerciale, necessitando di attività come l’estrazione mineraria su larga scala, il prosciugamento delle paludi e la deforestazione, aveva bisogno di una natura che fosse materia inerte, passiva e “morta”. Il meccanicismo fornì questa base teorica, legittimando lo sfruttamento illimitato per il profitto.
- La macchina come modello strutturale: Con l’espansione del capitalismo, le macchine (mulini, pompe, gru) divennero parte integrante della vita quotidiana e dei processi produttivi. Esse non furono solo strumenti tecnici, ma divennero simboli di potere e ordine, fornendo l’analogia strutturale per l’intero universo. Come una macchina può essere smontata, riparata e manipolata dall’esterno, così la natura iniziò a essere concepita come un insieme di parti atomizzate e intercambiabili soggette a leggi prevedibili.
- Esigenza di ordine e prevedibilità: L’economia di mercato richiede stabilità e calcolabilità per prosperare. Il meccanicismo rispose a questo bisogno di ordine sociale e intellettuale proponendo un mondo governato da leggi matematiche certe, analoghe alle regole che governano il funzionamento di un meccanismo a orologeria. Questo modello permetteva una “gestione razionale” dell’ambiente, trasformando la natura in una “riserva” di risorse amministrabile dallo Stato e dai mercanti.
- La scienza al servizio del profitto (Modello Baconiano): Francis Bacon è descritto come il filosofo della “scienza industriale”. Egli orientò la ricerca scientifica verso la scoperta dei “segreti della natura” non per pura contemplazione, ma per scopi pratici legati alla ricchezza e al progresso materiale. Il programma baconiano si fuse perfettamente con gli interessi dei capitalisti manifatturieri, mercanti e proprietari di miniere, riducendo la natura a una risorsa per la produzione economica.
- Proprietà privata e atomismo: L’ascesa di un’economia basata sui diritti di proprietà privata (teorizzata ad esempio da Locke) trovò un riflesso filosofico nell’atomismo. Come la società veniva vista come un insieme di individui atomistici in competizione per le risorse, così la materia fu ridefinita come un aggregato di particelle separate.
In sintesi, il capitalismo ha influenzato il meccanicismo rendendolo una cornice concettuale plausibile e utile per trasformare il mondo in un sistema di forze calcolabili e dominabili dall’uomo.
Quali sono i cinque punti dell’etica della partnership proposti da Merchant?
L’etica della partnership proposta da Carolyn Merchant nasce dalla necessità di superare il paradigma del dominio sulla natura e si articola nei seguenti cinque punti fondamentali:
- Eguaglianza tra comunità umane e non-umane: il riconoscimento di una parità di valore tra il mondo umano e quello naturale.
- Estensione della considerazione morale alle specie non-umane: la necessità di includere nel proprio orizzonte etico anche gli esseri viventi diversi dall’uomo.
- Rispetto della diversità culturale e della biodiversità: Merchant sottolinea come queste due forme di diversità siano tra loro inseparabili e debbano essere protette congiuntamente.
- Inclusione delle donne, delle minoranze e della natura non-umana nell’ambito della responsabilità morale: un richiamo alla giustizia sociale e ambientale che integri i soggetti storicamente subordinati o ignorati dal paradigma meccanicista.
- Gestione ecologica del pianeta coerente con la salute globale: una gestione che miri al mantenimento della salute sia delle comunità umane sia di quelle non-umane, basata sulla pratica di prendere dalla natura solo quanto necessario e restituire il possibile.
Questa proposta etica mira a elaborare nuovi modi di vita che permettano di abitare una natura che l’autrice definisce “autonoma”, ovvero al contempo controllabile ma anche dotata di un potere che sfugge alla completa sottomissione umana.