Ardizzi vs. Tattersall e Pievani: convergenze e fratture
Il terreno comune: ciò che regge
Ardizzi condivide con entrambi alcuni fondamentali. Il rifiuto della linearità evolutiva è esplicito: la triade “nicchia ecologica / cognitiva / neurale” è la sua versione della co-evoluzione, che Pievani tratterebbe come costruzione di nicchia in senso odspenceriano (Odling-Smee, Laland, Feldman). La neotenia è centrale per tutti e tre: Ardizzi la traduce nel gene SRGAP2C e nel rallentamento della sinaptogenesi, Tattersall la mette al cuore della sua spiegazione di Becoming Human — il prolungamento del periodo giovanile come condizione di possibilità della plasticità culturale. E sulla specificità del linguaggio umano rispetto alla comunicazione animale, la posizione di Ardizzi è netta e corretta.
Fin qui, tutto sommato, accordo.
Prima frattura: continuità vs. esaptazione
Ardizzi si schiera con decisione per l’ipotesi della continuità — gesto → parola, una rampa graduale. Cita Corballis, i coniugi Gardner, Nim Chimpsky. Questo è scientificamente solido per quanto riguarda le precondizioni anatomiche e neuromotorie del linguaggio.
Il problema è che la continuità spiega bene il come fisiologico, ma non spiega il salto qualitativo della sintassi ricorsiva. Ardizzi lo riconosce en passant — scrive che l’ipotesi della continuità “non è esaustiva” sulla sintassi e la ricorsività — ma poi lascia cadere la questione senza riprenderla.
Tattersall qui è esplicito e più radicale: il linguaggio vero, quello che genera pensiero simbolico e non solo comunicazione aumentata, è un’esaptazione, non il prodotto di una selezione graduale per il linguaggio. Strutture anatomiche e cognitive preesistenti — il tratto vocale, la memoria di lavoro, la capacità imitativa — vengono cooptate per una funzione nuova in un momento relativamente puntuale. Pievani su questo segue Gould/Lewontin senza esitazioni: i grandi salti evolutivi non si spiegano con l’adattazionismo gradualistico. Il linguaggio è il loro caso emblematico.
La conseguenza teorica è importante: Ardizzi tratta il linguaggio come il prodotto di una lunga accumulation, quasi come se la complessità attuale fosse la somma di tutti i passi precedenti. Per Tattersall invece c’è una discontinuità — un momento in cui qualcosa si riorganizza e produce una capacità qualitativamente nuova. Questo momento è la modernità comportamentale, il suo tema ossessivo.
Seconda frattura: la modernità comportamentale è assente
Questo è il buco più grande nel libro di Ardizzi. La transizione del Paleolitico superiore — diciamo 70.000-40.000 anni fa, con datazioni ancora dibattute — è il momento in cui nell’evidenza archeologica compare improvvisamente tutto: arte rupestre, ornamenti, sepolture rituali, scambio a lunga distanza, strumenti altamente specializzati, evidenza di pensiero simbolico pieno. Per Tattersall questo è IL momento in cui il linguaggio articolato, nel senso pieno della ricorsività sintattica, era operativo.
Ardizzi distribuisce l’emergenza del linguaggio su milioni di anni in modo così graduale che questa discontinuità scompare. I Neanderthal — che avevano cervelli grandi, alcune pratiche simboliche, il flauto di Divje Babe (che attribuisce a loro) — vengono usati quasi come conferma della continuità. Ma Tattersall li usa per l’argomento opposto: i Neanderthal avevano tutto tranne, apparentemente, la sintassi ricorsiva nel senso pieno. La distanza cognitiva tra Neanderthal e Sapiens, nonostante la vicinanza filogenetica, è la prova che qualcosa di qualitativo accade in Homo sapiens che non è semplicemente più della stessa cosa.
Terza frattura: la linearità travestita
Ardizzi dichiara di rifiutare la linearità evolutiva, ma la sua struttura narrativa in tre nicchie — strumenti motori → sensoriali → cerebrali — ha una forma progressiva e quasi teleologica che Pievani contesterebbe apertamente. Il capitolo finale sull’AI come “strumento ontologico” tratteggia un arco che va dalla prima pietra scheggiata al visore VR come se ci fosse una direzione implicita, un disegno che si compie.
Pievani, con tutta la forza della sua insistenza sulla contingenza, direbbe: quella freccia non c’è. L’evoluzione umana è stata piena di dead ends, di specie estinte, di percorsi non intrapresi. Se la pietra scheggiata è diventata AI non è perché c’era una traiettoria, ma perché una serie di contingenze — climatiche, demografiche, culturali — si è combinata in modo irripetibile. Il modello di Ardizzi, pur non essendo esplicitamente teleologico, tende a leggere il passato con gli occhi del presente tecnologico.
Quarta frattura: la cognizione incarnata contro il pensiero astratto
Il quadro teorico di Ardizzi è quello della cognizione incarnata — Gallese, Malafouris, Lakoff. È un quadro potente, ben usato, e il capitolo sul linguaggio incarnato è il più riuscito del libro. Ma questo approccio ha un limite strutturale: tende a enfatizzare la continuità corpo-mente, la radicalità sensorimotoria della cognizione, il grounding fisico di ogni concetto.
Tattersall metterebbe il dito su qualcosa di diverso: il linguaggio, una volta che funziona, produce un teatro mentale interno che si emancipa dall’esperienza sensoriale immediata. È questa emancipazione che rende possibile il pensiero controfattuale, la pianificazione a lungo termine, la costruzione di narrazioni sul futuro e sul passato remoto, la produzione di concetti puramente astratti — numeri, diritto, teologia. Ardizzi lo tocca brevemente parlando di “mente simbolica”, ma non ne fa il centro teorico che dovrebbe essere.
Il punto che tu stai sviluppando per il tuo lavoro — il linguaggio articolato come condizione di possibilità sia della cooperazione non gerarchica che della dominazione sofisticata — richiede proprio questa capacità di astrazione, di costruire rappresentazioni mentali di relazioni sociali complesse, di elaborare ideologie, di produrre discorsi di legittimazione. La cognizione incarnata di Ardizzi dà conto del come usiamo il linguaggio nelle interazioni immediate, ma non dà conto del come il linguaggio produce strutture simboliche che poi acquistano autonomia e potere coercitivo.
Quinta frattura: la rivoluzione agricola non esiste
Per Ardizzi la linea narrativa salta direttamente da Homo habilis a Internet. La rivoluzione agricola — il punto che per te, Clastres e Scott è l’inflessione decisiva — è completamente assente. Questa assenza è coerente con il suo quadro: lei è neuroscienziata, si occupa di plasticità cerebrale, e nel suo modello la rivoluzione agricola non produce una svolta neurologica comparabile a quelle delle tre nicchie evolutive.
Ma è proprio qui che il confronto con Pievani diventa produttivo. Pievani, che ha scritto molto anche sulle interazioni tra evoluzione biologica e costruzione culturale, riconosce che la transizione neolitica è il momento in cui la costruzione di nicchia prende una direzione irreversibile: si creano surplus, specializzazione, gerarchia, scrittura come strumento di controllo (e qui il raccordo con Scott è diretto). Il cervello umano che “accetta i cookies” digitali è lo stesso cervello che ha accettato i cookies del surplus granario e della scrittura amministrativa. La continuità è quella, non la continuità gesto-parola.
Il punto cieco strutturale di Ardizzi
In sintesi: il limite teorico di Ardizzi non è nell’empiria neuroscientifica, che è solida, ma nel fatto che il suo framework — co-evoluzione tecnologia/mente/corpo — è politicamente neutro per costruzione. La tecnologia appare sempre come estensione protesica che amplia le capacità umane. Non c’è spazio per la tecnologia come strumento di dominazione, per il linguaggio come mezzo di produzione ideologica, per la scrittura come strumento di controllo statale nel senso di Scott.
Tattersall ti dà la discontinuità cognitiva che permette di capire perché solo Homo sapiens produce gerarchie di quella complessità. Pievani ti dà la contingenza che evita ogni lettura naturalizzante delle gerarchie esistenti. E Ardizzi ti fornisce il meccanismo cerebrale — la plasticità, la costruzione di nicchia neurale — che mostra come tecnologie e pratiche culturali si imprimono strutturalmente nell’organismo.
I tre livelli si articolano, ma Ardizzi da sola non chiude il cerchio.