22 maggio Giornata Mondiale della Biodiversità: si celebra un funerale

Oggi ho rintracciato questo articolo su Wired e non avendo capito bene ho interrogato varie intelligenze artificiali

ChatGpt.  Qwen.  Gemini.  Claude.   Deepseek. 

Articolo originale su WIRED Enrico Pitzianti 22 maggio 2026

È giunto il momento di ripensare la biodiversità

In occasione della Giornata mondiale della biodiversità proviamo a fare il punto su ciò che sappiamo, su quello che non vediamo (la biodiversità oscura) e sul modo in cui misuriamo la vita sul pianeta
Che giornata è oggi, 22 maggio? Quella in cui la comunità scientifica dedica ampio spazio alla riflessione sullo stato della vita sul pianeta: la biodiversità.

Cos’è la dark diversity?

L’attuale Giornata mondiale della biodiversità esiste dal 2000, da quando le Nazioni Unite tentarono di accendere un faro su una delle risorse essenziali del pianeta su cui abitiamo. In questo quarto di secolo è difficile dire se la ricorrenza simbolica abbia migliorato le cose, di sicuro però c’è che in questo stesso periodo la biodiversità oltre che raccontarla l’abbiamo ripensata. C’è un’idea ancora poco conosciuta che rende bene l’idea. Gli scienziati la chiamano biodiversità oscura (o in inglese dark diversity). L’idea è non badare più solo alle specie presenti o a quelle già estinte ma anche alle specie che potrebbero essere presenti in un dato luogo eppure non ci sono.

Per capire l’importanza di questa “nuova” biodiversità bisogna confrontarla con quella che solitamente si misura, che è la alpha diversity, cioè il numero di specie presenti in un determinato ambiente naturale. Quando i biologi vanno sul campo e stimano le specie presenti in un bosco, per esempio, quello che trovano è questa alpha diversity. Il problema però è che questo numero non dice nulla su quante specie ci dovrebbero essere, in quel bosco. Un ambiente naturale può sembrare ricco se si guarda solo a ciò che contiene, ma risultare impoverito se si considera ciò che manca.

Da poco più di un decennio la comunità scientifica insiste nel valutare questa nuova prospettiva: si incrociano dati su centinaia di migliaia di rilevamenti botanici per ottenere indici e modelli che ci dicano qual è, davvero, l’impronta umana delle aree naturali. I risultati dicono che nelle regioni con minima presenza umana in media il 35% delle specie vegetali ecologicamente adatte è effettivamente presente. Nelle regioni ad alta attività antropica, invece, la percentuale scende a meno del 20%. Il che significa che la presenza dell’uomo riduce del 15% la possibilità di biodiversità degli ambienti, ma significa anche un’altra cosa, che lì dove l’occhio vede ancora foreste, praterie, zone umide apparentemente intatte, la biodiversità reale può essere già compromessa. La vegetazione per esempio può sembrare intonsa ma potrebbe essere come un’orchestra che suona con metà degli strumenti mancanti.

Il metro è incompleto

Prima di ragionare sulle soluzioni, è meglio fare i conti con i dati che abbiamo. E anche qui, il quadro è più complicato di come viene spesso presentato. Se prendiamo il Living planet index del Wwf (uno degli indicatori citati più spesso nei dibattiti sulla biodiversità) allora il dato più sorprendente è quello contenuto nel rapporto del 2024: un calo medio del 73% nella dimensione

delle popolazioni animali monitorate tra il 1970 e il 2020. Lo studio comparativo è basato su quasi 35 mila tendenze demografiche di 5495 specie di vertebrati. Ma è, appunto, un dato medio e non tutte le regioni del pianeta calano in egual misura. Il crollo più drammatico riguarda l’America Latina e i Caraibi, dove l’indice indica una perdita del 95% in cinquant’anni.

Sono numeri sorprendenti, ma in una giornata come quella di oggi vale la pena ricordare cosa misurano davvero. Il Living planet index calcola la media geometrica delle variazioni di abbondanza in popolazioni di vertebrati (quindi mammiferi, rettili, anfibi, pesci e uccelli) e non conta il numero di specie estinte. L’indice poi non include insetti, coralli, piante o funghi. E la media è distorta dai casi estremi: una popolazione crollata del 96% e una cresciuta del 67% producono in media un calo del 74%, ma il quadro è più sfumato di quanto non dica un numero del genere.

Questo non significa che i dati siano falsi o che la crisi della biodiversità non esista o non sia un problema urgente. Significa che la complessità della biodiversità sfugge a qualsiasi singolo indicatore, e che ogni numero va letto sapendo cosa include e cosa lascia fuori.

Esistono molti conteggi sul tema della biodiversità, ma la comunità scientifica concorda su un punto: le minacce si sommano e spesso, anzi, si moltiplicano. Non possono essere considerate singolarmente. Uno studio pubblicato quest’anno su Science Advances ha messo assieme le tendenze demografiche di 3129 popolazioni di vertebrati tra il 1950 e il 2020, trovando che le popolazioni esposte a una combinazione di minacce (cambiamenti climatici, malattie, inquinamento, specie invasive, tra gli altri) stanno diminuendo molto più rapidamente di quelle colpite da una singola pressione. Tra i più vulnerabili, nell’universo dei vertebrati, ci sono gli anfibi.

Chi non può studiare la biodiversità

C’è un aspetto della crisi della biodiversità che non discutiamo abbastanza, ma che ne condiziona profondamente la gestione: la questione di chi produce la conoscenza su cui si basano le politiche di conservazione.

L’Africa è un esempio lampante: è uno dei continenti più ricchi di biodiversità al mondo e ospita alcune delle savane, foreste e bacini idrici più ricchi del pianeta. Eppure la ricerca proveniente dall’Africa contribuisce a meno dell’1% della produzione scientifica globale in materia di biodiversità. Questo squilibrio viene solitamente spiegato con la mancanza di investimenti: i governi dell’Africa subsahariana per esempio destinano in media solo lo 0,4% del Pil alla ricerca e allo sviluppo, contro il 2% e oltre dell’Europa e il 3,5% degli Stati Uniti. Ma alcuni studi recenti hanno identificato una ragione più diretta e influente: i salari dei ricercatori. Il risultato è che a questo ritmo per mappare la biodiversità africana ci vorrebbero più di 150 anni.

Analizzando gli stipendi dei ricercatori in 54 paesi africani e incrociandoli con l’output scientifico nel campo della biodiversità estratto dal database Scopus, gli autori di questi studi hanno trovato una correlazione evidente: i paesi dove i ricercatori guadagnano meno producono meno ricerca scientifica e dipendono maggiormente da studi guidati da istituzioni straniere. In Malawi, nella Repubblica del Congo e nella Repubblica Democratica del Congo, i salari dei ricercatori affiliati a istituzioni straniere sono rispettivamente 34, 32 e 25 volte più alti di quelli dei colleghi locali.

La natura inizia ad avere diritti

C’è poi un’ultima positiva frontiera in questo ripensamento della biodiversità, ed è forse la più sorprendente perché non riguarda né la biologia né il riscaldamento globale o l’economia semmai il diritto. È la cosiddetta post-human law (legge post-umana) cioè una serie di norme, regolamenti e

leggi che non proteggono solo gli esseri umani ma anche gli ecosistemi e gli ambienti in quanto tali.

La domanda che sempre più giuristi, attivisti e pensatori si sono posti è questa: e se la natura non fosse solo un oggetto da proteggere, ma un soggetto con diritti propri? In termini giuridici: forse è possibile dare personalità giuridica a delle entità naturali. Per lungo tempo è rimasta una questione puramente teorica, ai limiti del filosofico, oggi però si sta traducendo in leggi vere: quasi vent’anni fa l’Ecuador è stato il primo paese al mondo a iscrivere in Costituzione il diritto degli ecosistemi a esistere, rigenerarsi e essere restaurati. Più di recente, nel 2017, la Nuova Zelanda ha riconosciuto personalità giuridica al fiume Whanganui e alla foresta di Te Urewera, incorporando in questo modo la tradizione Māori in un sistema legale moderno. E di esempi ce ne sono molti altri: nel 2022 la Spagna ha fatto lo stesso con il Mar Menor, la più grande laguna d’acqua salata d’Europa, messa in crisi dall’inquinamento agricolo.

Quest’anno una revisione sistematica di questi strumenti legali è stata pubblicata su Frontiers in Environmental Science: si è riusciti a mappare la diffusione globale di queste leggi post-umane. Ci sono leggi costituzionali, come quella ecuadoriana; leggi specifiche per singoli ecosistemi ma anche sentenze e regolamenti locali. Alcuni interventi notevoli sono in America del Sud, che è un buon segno proprio perché, come dicevamo prima, è la regione al mondo con la più alta perdita di biodiversità nell’ultimo mezzo secolo.
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Riportiamo la risposta di Deepseek
https://chat.deepseek.com/share/qxuodoglcpfgirlloc

Grazie per aver condiviso questo articolo. È molto interessante e, in effetti, il suo messaggio non è immediatamente riducibile a una singola tesi. Provo a spiegartelo.

L’articolo non va a parare a una conclusione drammatica o a una soluzione semplice. Invece, fa un ragionamento più sottile: ci sta dicendo che il modo in cui pensiamo, misuriamo e affrontiamo la crisi della biodiversità è ancora immaturo, incompleto e, in alcuni casi, ingiusto.

È un invito a “ripensare” la biodiversità su più livelli. Ecco i punti chiave che lo strutturano:

  1. Ripensare come la misuriamo (la “biodiversità oscura”): Non basta contare le specie presenti (alpha diversity). Dobbiamo anche considerare quali specie dovrebbero esserci ma non ci sono più (dark diversity). Questo cambia la prospettiva: un bosco apparentemente sano potrebbe essere come un’orchestra senza molti strumenti, e la presenza umana riduce questa “biodiversità attesa” di circa il 15%.

  2. Ripensare a cosa ci dicono i dati (i limiti degli indicatori): L’articolo usa l’esempio del famoso indice WWF (-73% delle popolazioni animali). Dice che il dato è vero, ma non racconta tutta la storia. Non include insetti, piante o funghi, e la media può essere distorta da casi estremi. La complessità della vita non può essere ridotta a un singolo numero.

  3. Ripensare a chi produce la conoscenza (il problema della ricerca in Africa): La crisi della biodiversità viene studiata soprattutto da scienziati dei paesi ricchi, mentre le regioni più biodiverse (come l’Africa) contribuiscono meno dell’1% alla ricerca. La causa non è solo la mancanza di fondi, ma anche i salari miseri dei ricercatori locali, che li costringono a dipendere da istituzioni straniere. Questo squilibrio condiziona le politiche di conservazione.

  4. Ripensare il rapporto tra natura e diritto (la “legge post-umana”): L’articolo conclude con una nota positiva: sta emergendo un nuovo approccio giuridico in cui la natura non è più un “oggetto” da proteggere, ma un “soggetto” con diritti propri (es. Ecuador, Nuova Zelanda, Spagna). Questa è una frontiera sorprendente e promettente.

In sintesi, dove vuole parare l’articolo?

Vuole portarti a questa consapevolezza: per affrontare seriamente la crisi della biodiversità non bastano più i vecchi strumenti. Dobbiamo:

  • Adottare metriche più sofisticate (come la dark diversity).

  • Guardare i dati con occhio critico, sapendo cosa misurano e cosa escludono.

  • Decolonizzare la ricerca scientifica, rendendola più equa.

  • Esplorare strade radicalmente nuove, come quella legale.

Il messaggio finale non è catastrofista, né ottimista: è un invito alla complessità e all’umiltà intellettuale. La biodiversità è troppo importante e complessa per essere raccontata con un singolo numero o risolta con una singola ricetta. Dobbiamo ripensare tutto il nostro approccio.

 

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