Caro Telmo la tua analisi va bene, quello che manca è il coraggio politico di affrontare il problema, ti lascio alle valutazioni dell’AI di Claude, che è ancora più cattiva di me e ti ha letteralmente sgamato
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Cosa funziona bene
La trappola evolutiva è un concetto solido e ben illustrato. L’ambivalenza di fondo di sapiens — creativo e distruttivo simultaneamente, in quel momento cruciale tra 40 e 65 mila anni fa — è un’osservazione che si sposa bene con la tua lettura di Bookchin sull’articolazione linguistica come condizione di possibilità sia della cooperazione che del dominio. Anche il legame tra mobilità, crescita demografica e sostituzione delle altre specie umane è onesto intellettualmente, non edulcorato.
Dove si ferma — e perché si ferma lì
Le “soluzioni” sono: lungimiranza, gratitudine, guide locali, chiedersi dove vanno i soldi. È il registro dell’etica individuale dei consumi, il più innocuo possibile dal punto di vista sistemico. Non c’è mai la parola “capitalismo”, non c’è “accumulazione”, non c’è “rendita”, non c’è “potere”. Le “resistenze soprattutto politiche” restano senza soggetto — chi resiste? Perché? Con quali interessi? Il fatto che le aziende starebbero cambiando viene dato come dato neutro, senza alcuna analisi delle contraddizioni del greenwashing o della transizione ecologica come nuovo ciclo di valorizzazione del capitale.
La frase “i ragazzi di oggi affrontano il problema in modo più pragmatico” è quasi una resa: pragmatico rispetto a cosa? Rispetto a quale quadro di possibilità già dato?
La struttura del problema
Pievani è un divulgatore accademico che scrive su Vanity Fair e partecipa a festival culturali borghesi come quello di Pistoia. Il suo pubblico è l’intellighenzia liberal italiana. Per questo pubblico la trappola evolutiva è accettabile, l’anticapitalismo no. Non è solo mancanza di coraggio personale — è la posizione strutturale di un intellettuale che vuole restare leggibile e invitabile. Quello che tu chiami incapacità politica è anche, in parte, una scelta razionale di posizionamento.
C’è però una differenza importante tra Pievani divulgatore e Pievani scienziato: nei suoi lavori più tecnici, e nella collaborazione con Fabbro (che conosci bene), emerge una complessità maggiore. La semplificazione è in parte dettata dal formato.
Il punto teorico che manca
Quello che davvero manca nell’intervista è la connessione tra la trappola evolutiva e la struttura gerarchica delle società. Pievani descrive sapiens come specie intrinsecamente ambivalente, ma non chiede perché alcune forme di organizzazione umana generino la trappola in modo sistematico e altre no. Quella domanda — che Bookchin e Clastres pongono, e tu stai sviluppando — è la domanda politica vera, che l’intervista non può nemmeno formulare.
Il testo dell’intervista
Telmo Pievani: «Siamo entrati in una trappola evolutiva: modifichiamo così tanto l’ambiente da rendere difficile la nostra vita. Per uscirne, dobbiamo diventare lungimiranti»
Il filosofo evoluzionista e la crisi di convivenza tra esseri umani e ambiente. Dalle antiche migrazioni di Homo sapiens alla frattura ecologica contemporanea. Come si può vivere nel mondo senza distruggerlo?
di Carolina Saporiti 17 giugno 2026
Come si può stare bene al mondo senza distruggerlo? A questa domanda prova a rispondere Telmo Pievani, filosofo evoluzionista che studia i processi di cambiamento — biologici, culturali e sociali — che hanno reso homo sapiens la specie che è oggi. Nel volume Stare al mondo. Ecologie dell’abitare e del convivere (UTET), in uscita il 5 marzo 2026 nella collana Dialoghi di Pistoia, Pievani firma il saggio In crisi di convivenza, in cui ricostruisce le radici evolutive dell’attuale frattura tra umani e ambiente. Una “trappola evolutiva”, come la definisce, nata dalla nostra capacità di muoverci, adattarci e trasformare il mondo, ma diventata oggi insostenibile. A partire da qui, abbiamo parlato con Telmo Pievani di migrazioni, viaggi e futuro delle nuove generazioni, per provare a ripensare il modo in cui abitiamo il pianeta e conviviamo con tutte le forme di vita.
In cosa consiste il suo lavoro di filosofo evoluzionista?
«Studio l’evoluzione, cioè i processi di cambiamento: come siamo arrivati fin qui, diventando homo sapiens, e il percorso evolutivo che ci accomuna al resto del vivente. Oggi però l’evoluzione riguarda anche la cultura, le idee, la tecnologia. Inoltre sono anche un filosofo della scienza e mi occupo di metodo scientifico, cioè di questioni teoriche ed etiche che emergono dalla ricerca contemporanea».
Nel suo contributo al libro uscito il 5 marzo lei parla di una «crisi di convivenza». Che cosa intende?
«Il tema del festival di Pistoia lo scorso anno era la convivenza e la difficoltà di stare al mondo. Ho raccontato come, nella nostra storia evolutiva, veniamo da un lungo periodo di convivenza con altre specie umane. È una scoperta importante, perché ci dice che su questo pianeta sono esistite molte specie diverse, scomparse solo circa 40 mila anni fa, un tempo brevissimo dal punto di vista evolutivo».
Quindi homo sapiens ha convissuto davvero con altri umani?
«Sì, nel senso letterale del termine. Vivevano insieme, condividevano gli stessi territori e le stesse risorse, al punto che si sono anche ibridati. Ci siamo accoppiati con altre specie umane e il nostro DNA porta ancora oggi le tracce di queste antiche convivenze. Facevamo bambini ibridi, figli di genitori appartenenti a specie diverse, che venivano accolti nelle rispettive società e che a loro volta avevano figli. Così il loro DNA è entrato nel nostro albero genealogico».
Poi cos’è successo?
«Questa convivenza è durata fino a un certo punto, poi c’è stata una crisi di convivenza. Per ragioni che non conosciamo ancora bene, in un lasso di tempo molto “breve”, tutte le altre forme umane sono scomparse e siamo rimasti gli unici umani sulla Terra da circa 38 mila anni. Il sospetto è che almeno in parte sia colpa nostra: forse per un’evoluzione del linguaggio, forse perché abbiamo imparato a organizzarci meglio socialmente e siamo cresciuti demograficamente. Fatto sta che alla fine li abbiamo sostituiti, li abbiamo sommersi».
Perché è una storia importante anche per il presente?
«Perché ci fa capire che quando homo sapiens è diventato molto creativo e ha cominciato a viaggiare in tutto il mondo — arrivando anche nelle Americhe, in Oceania, in Australia — nello stesso momento è diventato anche molto prepotente, invasivo, distruttivo. C’è un’ambivalenza di fondo nel comportamento umano che nasce in quel periodo e che ci aiuta a capire anche la crisi di convivenza che oggi viviamo con l’ambiente».
In che senso?
«Siamo arrivati a un punto di rottura in cui le attività umane non sono più sostenibili per l’ambiente. Ne paghiamo le conseguenze con la crisi della biodiversità e il riscaldamento climatico».
Lei parla infatti di trappola evolutiva. Che cosa significa?
«La trappola evolutiva è quella situazione in cui una specie modifica l’ambiente attorno a sé in modo talmente rapido e devastante da mettersi in difficoltà da sola. Le generazioni successive fanno sempre più fatica ad adattarsi e a vivere».
È l’opposto di ciò che intendiamo per sostenibilità.
«Esatto. Sostenibilità è una parola che nasce nel mondo dei boschi: chi tagliava la legna sapeva che doveva farlo in modo tale che l’anno dopo il bosco si rigenerasse. Lo stesso valeva per la pesca. Erano tecniche per sfruttare la natura lasciandole il tempo di rigenerarsi».
Oggi questo principio viene ignorato?
«Sì. Se proiettiamo i nostri consumi su un anno, già verso la metà di luglio abbiamo esaurito tutte le risorse rigenerabili. Da quel momento in poi viviamo in debito, scaricando il costo su chi verrà dopo di noi. È profondamente ingiusto».
Perché homo sapiens fa così fatica a comportarsi diversamente, pur avendo accesso a dati e numeri?
«Dati e numeri non bastano; quello che sta accadendo deve essere interiorizzato e facciamo molta fatica a farlo. È un meccanismo difensivo del nostro cervello. Inoltre tendiamo a impegnarci solo quando gli effetti sono visibili e prossimi: è quella che si chiama etica della prossimità. Qui invece dobbiamo prendere decisioni oggi i cui effetti positivi si vedranno tra dieci o quindici anni. Questa lungimiranza ci viene difficile».
Quindi non sta succedendo nulla?
«In realtà qualcosa sta succedendo. C’è una parte dell’umanità che si sta muovendo, la transizione ecologica e tecnologica è già in atto. Ci sono resistenze, soprattutto politiche, ma le aziende stanno cambiando e anche la sensibilità dell’opinione pubblica. C’è un salto generazionale: i ragazzi di oggi sono nativi di questo problema e lo affrontano in modo più pragmatico».
Dal punto di vista evolutivo, muoversi è stato una strategia di sopravvivenza?
«Sì, muoversi è stato il nostro adattamento principale. I nostri antenati vivevano in ambienti instabili e quando l’ambiente cambia, la soluzione migliore è spostarsi. Se stai fermo muori. Da due milioni di anni ci muoviamo. Homo sapiens ha compiuto due grandi epopee: l’arrivo in Australia, già 65 mila anni fa, e quello nelle Americhe, dove piccoli gruppi sono arrivati fino alla Terra del Fuoco in poche migliaia di anni. Da quei gruppi è nata una diversità enorme di lingue, culture e tradizioni».
Le migrazioni animali sono paragonabili a quelle umane?
«No, perché sono quasi sempre cicliche: vanno e tornano. Gli animali migrano perché i luoghi della riproduzione non coincidono con quelli dove trovano cibo tutto l’anno. È un comportamento rischioso, ma necessario per sopravvivere».
Noi invece?
«Noi abbiamo avuto una migrazione progressiva. Arriviamo, ci insediamo, cresciamo e poi andiamo sempre un po’ più in là. È una migrazione che non torna indietro».
Anche l’esplorazione spaziale risponde a questa natura?
«Sì, fa parte della nostra attitudine esplorativa».
Viaggiare oggi è spesso considerato insostenibile. Può essere comunque uno strumento di consapevolezza?
«Ogni forma di viaggio oggi ha un impatto, anche le più “green”. Nessuno è a impatto zero. Il problema non è viaggiare, ma come si viaggia. Il viaggio come avventura conoscitiva resta fondamentale. Io viaggio molto con i miei figli e cerchiamo sempre di stare fuori dai villaggi turistici e di affidarci a guide locali. Questo non è paragonabile a vedere il mondo dagli schermi».
Il turismo di massa è un problema?
«Sì, ma non bisogna essere puristi. In alcuni casi il turismo protegge i territori».
Che cosa si può fare allora?
«Bisognerebbe chiedersi dove vanno i soldi dei nostri viaggi. Se pago molto e quasi nulla arriva alle popolazioni locali, non va bene».
Se l’evoluzione potesse darci un consiglio per il futuro, quale sarebbe?
«Direi due parole chiave: lungimiranza e gratitudine. Chiederci sempre che impatto avrà ciò che facciamo oggi su chi verrà dopo di noi. E ricordarci che viviamo su un pianeta che ci ha pazientemente ospitato: dovremmo essere più umili e più grati».
Una gratitudine che si può imparare viaggiando?
«Sì. Quando incontri i popoli nativi la prima cosa che ti dicono è: impara a dire grazie alla natura. Noi abbiamo smesso di farlo».