Pubblichiamo integralmente le Conclusioni di UMANI ANIMALI E MACCHINE

Nelle conclusioni si legge “Tra qualche anno forse potremo collegare i cervelli delle persone affinché queste scambino informazioni tra di loro – o con una macchina – senza nessuna mediazione simbolica, nessuna parola, nessun segno: solo semplici stimoli corticali. Altre macchine saranno in grado di leggere questi stimoli corticali, e tradurre in parole il nostro pensiero in modo indipendente dalla nostra volontà.
Questo è già successo proprio in questi giorni. META ha rilasciato un modello denominato Brain2Qwerty v2, che legge nel pensiero e lo trascrive sottoforma di testo, tutto ciò senza alcun intervento chirurgico, con un sensore non invasivo.

13.
Conclusioni
Il linguaggio e la tecnica hanno condiviso, fino a oggi, lo stesso destino e in parte la stessa natura.
Comparsi nella storia dell’uomo come strategia di sopravvivenza per modificare l’ambiente nel quale la nostra specie si era trovata a vivere, rapidamente hanno trasceso il loro scopo e sono diventati qualcosa la cui portata eccede largamente lo status di semplice strumento, facendosi parte costituente del nostro mondo e della nostra esistenza. Non è solo la struttura del mondo fuori di noi, infatti, a essere cambiata grazie alle potenti possibilità di classificazione e di simbolizzazione del linguaggio, che permettono di oggettivare gli elementi della realtà e le relazioni sociali dando loro un nome e una funzione; ma anche la natura umana, che è abitata dal linguaggio tanto quanto è immersa in un mondo che è immediatamente e profondamente linguistico.

L’esperienza dei nostri progenitori, vissuti in un’epoca priva di linguaggio, è per noi letteralmente impensabile.
Abbiamo appreso dagli studi recenti di neuroscienze che è la lingua nella quale nasciamo a plasmare via via la mappa del nostro cervello, determinando in modo strutturale, seppur parziale, non solo il modo in cui pensiamo e conosciamo le cose, ma anche la grammatica delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti. Già la filosofia del Novecento aveva mostrato come il linguaggio non sia qualcosa di cui l’uomo dispone, ma che fa parte della sua natura più profonda e che, anzi, ne costituisce un elemento imprescindibile. Il linguaggio infatti non appartiene a chi lo parla, non risiede in qualche specifica zona del cervello, ma forma un sostrato relazionale sul quale possono crescere, diffondersi e persino morire tutte le culture umane, le conoscenze, le religioni, le memorie e le filosofie.

Proprio perché non possiamo mai uscire dal linguaggio, non possiamo cioè farne l’oggetto della nostra indagine senza essere al contempo parte di quanto viene indagato, la sua reale natura rimane ancora largamente sconosciuta.
È inutile anche sottolineare come l’abilità tecnica degli esseri umani abbia non solo trasformato a mano a mano i luoghi abitati, attraverso le tecnologie dell’architettura, dell’ingegneria e di tutte le discipline che sono andate perfezionandosi nel tempo, ma anche conferito sempre nuovo senso al risultato delle sue azioni. Non è eccessivo definire Homo sapiens Homo technologicus, poiché grazie alla tecnica egli ha trasformato il proprio mondo, la propria relazione con esso, e se stesso. In questa prospettiva, la tecnica e il linguaggio sono strettamente intrecciati, poiché il secondo non è altro che una declinazione specifica della prima. Anzi, è probabile che per decine di migliaia di anni sia stato la tecnologia più potente di tutte: ha reso straordinariamente efficaci le comunicazioni tra gli umani, ha unito persone e separato popoli e culture attraverso le lingue, ha definito identità culturali, classificato gli elementi della realtà esterna, dato origine a entità composte soltanto da linguaggio, come le leggi, i giuramenti, le preghiere, che si sono rivelati fondamentali per la sopravvivenza delle società umane.
Ha dato voce e poi scrittura alla narrazione, il modo attraverso il quale gli umani raccontando se stessi costruiscono le propria identità ed esprimono desideri, emozioni e sentimenti. Ha permesso l’esistenza della poesia, della letteratura, della filosofia, della matematica, e di ogni forma di espressione linguistica.

Abbiamo visto come le api siano capaci di comunicazione simbolica, e siano anche in grado di scambiarsi informazioni precise sui luoghi in cui trovare il cibo e sulle tipologie più ambite di polline.
Abbiamo assistito ai tentativi di insegnare agli scimpanzé a parlare con gli esseri umani come se lo fossero loro stessi.
Abbiamo scoperto il ricco mondo della comunicazione tra i cetacei, che probabilmente nei prossimi anni sarà foriero di ulteriori scoperte sui linguaggi animali.
Abbiamo constatato la capacità dei pappagalli di imitare la voce umana e di intrattenere con noi dialoghi semplici.

Il confronto con il mondo animale, tuttavia, mostra come il linguaggio umano possieda livelli di articolazione e complessità sconosciuti a qualsiasi altra specie.
Questo non significa voler creare un’inutile gerarchia tra i viventi, ma ci invita a pensare il linguaggio umano sotto una doppia prospettiva.
Da una parte studiamo il mondo animale per comprendere gli elementi di continuità tra i loro sistemi di comunicazione e i nostri. Confrontare quelle che sono le basi biologiche e cognitive del linguaggio nelle varie specie animali è imprescindibile per evitare sia l’atteggiamento di chi ritiene che la comparsa del linguaggio nell’uomo abbia un carattere quasi miracolistico, sia quello di coloro che ritrovano in questa o in quella specie animale tutte le caratteristiche che costituiscono la ricchezza dell’esperienza linguistica umana. Dall’altra parte, infatti, il confronto con le altre specie permette di chiarire meglio come la complessità, la pervasività, la stretta connessione e codipendenza con le facoltà cognitive di Homo sapiens facciano del linguaggio umano un unicum che non è riconducibile a nessun’altra forma di comunicazione presente in natura.

Tuttavia all’orizzonte si intravede il giorno in cui le strade dello sviluppo tecnico umano e quelle del linguaggio saranno destinate a separarsi.
La comparsa di linguaggi artificiali basati sugli algoritmi di simulazione dei linguaggi naturali costituisce un indubbio elemento di novità. Linguaggi artificiali – ovvero non emersi spontaneamente in contesti naturali di parlanti – quali la matematica o l’informatica, non sono certo una novità, e anche le numerose lingue artificiali hanno una storia che risale almeno al Seicento. Ciò che tuttavia distingue i linguaggi artificiali «classici» da quelli nati in conseguenza della rivoluzione digitale è che i primi sono semplicemente altri linguaggi rispetto al nostro, mentre questi ultimi si insediano proprio nel dominio del linguaggio naturale. Ovvero, di fronte a un testo (orale o scritto), oggi è sensato chiedersi se esso sia stato composto da un essere umano o da una macchina. Il fatto che ci si possa porre questa domanda appare come qualcosa di diverso rispetto alle tante rivoluzioni che già hanno interessato il linguaggio umano.
La comparsa delle lingue, l’invenzione della scrittura, l’impatto della stampa sono state tutte rivoluzioni che hanno avuto come conseguenza un potenziamento del linguaggio, e quindi un’espansione della sua importanza e pervasività.
La rivoluzione digitale sembra poter prescindere dal linguaggio.

Le caratteristiche di quest’ultimo vengono simulate su base statistico-probabilistica dagli algoritmi, ovvero in modo tale da apparire a un lettore o ascoltatore umano come generate da un altro essere umano. Tutti gli elementi semantici principali, il soggetto dell’enunciato, il contesto comunicativo, l’intenzione di significare qualcosa, il destinatario di questo significato, sono assenti per la macchina che genera il linguaggio, eppure l’effetto di verosimiglianza è impressionante. Possiamo ascoltare una macchina che parla una lingua straniera a noi ignota con la nostra stessa voce. Tra qualche anno forse potremo collegare i cervelli delle persone affinché queste scambino informazioni tra di loro – o con una macchina – senza nessuna mediazione simbolica, nessuna parola, nessun segno: solo semplici stimoli corticali. Altre macchine saranno in grado di leggere questi stimoli corticali, e tradurre in parole il nostro pensiero in modo indipendente dalla nostra volontà.

Non sappiamo se siamo alle soglie di una vera e propria mutazione antropologica o se queste rimarranno suggestioni che troveranno terreno fertile nella fantascienza anziché nella filosofia o nelle neuroscienze Certo è che il progresso tecnologico sta mettendo in discussione alcuni aspetti essenziali dell’esperienza e della vita umana, quali per l’appunto l’arte e il linguaggio.
Homo sapiens esisteva con successo anche prima della loro invenzione: eppure questi due elementi sono diventati talmente costitutivi della sua natura da renderci difficile anche solo immaginare la possibilità di una sopravvivenza umana nei modi e nelle forme che ci sono familiari nell’ipotesi, seppur remota, della loro scomparsa.

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