E’ possibile una AI (almeno) Antimilitarista?

A partire dal video che ripubblichiamo in basso, chiediamo  alle stesse AI cosa pensano di questo video e quale può essere il loro sviluppo futuro

Gemini

CESPUGLIO: Come la mettiamo? Si riuscirà a togliere l’AI dal marciume e darle un senso morale, antimilitarista e positivo per l’umanità ?
GEMINI: La questione di come indirizzare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale verso scopi etici, pacifici e a beneficio di tutta l’umanità è un tema centrale nel dibattito tecnologico e sociale contemporaneo.

Mentre la tecnologia in sé è uno strumento neutro, le sue traiettorie di sviluppo dipendono dalle decisioni politiche, economiche e regolatorie che ne guidano l’adozione. Per garantire che l’AI non rimanga vincolata solo a logiche speculative o militari, diverse strategie e movimenti stanno cercando di indirizzarla verso il bene pubblico:

1. Open Source e Democratizzazione dell’AI

Uno dei modi più efficaci per evitare la concentrazione del potere tecnologico nelle mani di poche grandi multinazionali o istituzioni militari è promuovere modelli e dataset open source. Come menzionato nel video in relazione al software libero (Linux), permettere a una comunità globale di sviluppatori, accademici e cittadini di analizzare, modificare e distribuire i modelli AI garantisce maggiore trasparenza, accessibilità e possibilità di creare soluzioni mirate al bene comune (sanità, istruzione, sostenibilità ambientale).

2. Regolamentazione e Governance Etica

Diversi Paesi e organizzazioni internazionali stanno introducendo normative per delimitare l’uso dell’AI:

  • Divieto o limitazione delle armi autonome: Movimenti globali chiedono trattati internazionali per bandire i sistemi d’arma letali autonomi (LAWS, Lethal Autonomous Weapons Systems).

  • AI Acts e leggi sulla trasparenza: Normative che impongono paletti sull’uso del riconoscimento facciale, sulla sorveglianza di massa e sui pregiudizi alcolici nei modelli di selezione o punteggio sociale.

3. AI per l’Impatto Sociale e Antimilitarismo

Esistono progetti dedicati all’uso etico dell’intelligenza artificiale per affrontare crisi globali:

  • Lotta al cambiamento climatico: AI utilizzata per monitorare la deforestazione, ottimizzare l’efficienza energetica e prevedere eventi meteorologici estremi.

  • Medicina e ricerca: Applicazione dell’AI nella diagnosi precoce delle malattie, nella scoperta di nuovi farmaci e nel supporto alla medicina nei Paesi in via di sviluppo.

  • Progetti etici indipendenti: Iniziative guidate da università e ONG focalizzate sulla riduzione del “bias” e della discriminazione algoritmica.

4. Standard Etici all’interno della Comunità Scientifica

Molti ricercatori e ingegneri richiedono clausole e principi etici prima di lavorare su progetti tecnologici. C’è un crescente rifiuto (attraverso petizioni o scioperi dei dipendenti tech) di partecipare a contratti di difesa o di sorveglianza di massa, chiedendo che le proprie competenze siano applicate a progetti civili.

Sviluppare un’intelligenza artificiale positiva e orientata al progresso umano richiede uno sforzo congiunto tra governance pubblica, ricerca indipendente, trasparenza informatica e partecipazione della società civile.


Chatgpt

CESPUGLIO: Come la mettiamo? Si riuscirà a togliere l’AI dal marciume e darle un senso morale, antimilitarista e positivo per l’umanità ?
CHATGPT: Sì, ma non automaticamente. E soprattutto non credo che basti rendere l’AI «più buona» attraverso qualche regola etica incorporata nei modelli.

Il problema è più profondo: l’AI è una tecnologia sociale e politica, non soltanto informatica. Il suo orientamento dipenderà da chi possiede l’infrastruttura, chi decide gli obiettivi, quali dati vengono utilizzati, come viene finanziata e quali applicazioni vengono rese economicamente convenienti.

Oggi vediamo una contraddizione enorme:

  • da una parte, AI per diagnosi, ricerca scientifica, educazione, traduzione, tutela ambientale, gestione dell’energia;
  • dall’altra, AI per sorveglianza di massa, propaganda, manipolazione dell’informazione, armi autonome e ottimizzazione della guerra;
  • e in mezzo, un’enorme macchina commerciale che tende a trasformare ogni attività umana in dati, previsione e profitto.

Il punto antimilitarista è decisivo

Secondo me bisogna distinguere due cose.

«AI etica» può diventare uno slogan aziendale: un codice di condotta, qualche comitato, una dichiarazione sui principi.

Una AI orientata alla pace, invece, richiede scelte materiali: limitare o vietare determinate applicazioni militari, impedire che sistemi autonomi decidano sull’uso letale della forza, rendere trasparenti le catene decisionali e sottoporre gli algoritmi ad autentico controllo democratico.

Altrimenti rischiamo una situazione paradossale: costruiamo macchine capaci di comprendere sempre meglio il mondo e contemporaneamente le utilizziamo per distruggerlo più efficacemente.

Ma c’è un’altra possibilità

Ed è quella che trovo più interessante.

L’AI potrebbe diventare una sorta di infrastruttura cognitiva pubblica.

Non semplicemente una macchina che produce profitto per chi la possiede, ma uno strumento che aumenta le capacità collettive:

scienza → conoscenza → cooperazione → sostenibilità → autonomia delle persone.

Per esempio, immagina sistemi AI impiegati massicciamente per:

  • ottimizzare reti energetiche rinnovabili;
  • ridurre consumo di materia ed energia;
  • progettare materiali meno inquinanti;
  • monitorare deforestazione, dissesto idrogeologico e cambiamento climatico;
  • accelerare la ricerca farmacologica;
  • rendere accessibile l’istruzione;
  • tradurre istantaneamente tra lingue;
  • aiutare cittadini e amministrazioni a comprendere norme, bilanci e progetti;
  • simulare scenari economici e ambientali prima di prendere decisioni irreversibili.

In questo senso l’AI potrebbe contribuire non alla sostituzione dell’intelligenza umana, ma alla sua moltiplicazione collettiva.

E qui arriviamo alla questione politica fondamentale.

Chi decide che cosa deve ottimizzare l’AI?

È probabilmente questa la domanda più importante.

Un algoritmo può ottimizzare perfettamente una funzione obiettivo. Ma la scelta della funzione obiettivo non è neutrale.

Se gli dici:

massimizza il profitto,

otterrai una certa società.

Se gli dici:

massimizza la capacità militare,

ne otterrai un’altra.

Se gli dici:

minimizza l’impatto ecologico garantendo a tutti una vita dignitosa,

stai definendo un’altra civiltà.

Quindi il problema dell’AI non è soltanto «come facciamo a controllare le macchine?»

È anche:

«quale società vogliamo costruire attraverso le macchine?»

E questa, secondo me, è una domanda molto più importante.

Perché c’è un rischio che considero reale: usare l’AI per rendere più efficiente un sistema sociale che è già profondamente inefficiente dal punto di vista umano ed ecologico.

Potremmo avere algoritmi straordinariamente intelligenti al servizio di obiettivi completamente stupidi.

La vera sfida, dunque, non è mettere una patina morale sull’AI. È sottrarre almeno una parte decisiva dello sviluppo dell’intelligenza artificiale alla sola logica del profitto, della competizione geopolitica e della guerra, trasformandola in un bene orientato all’interesse collettivo.

E qui c’è una cosa interessante: non è affatto una battaglia già perduta. La tecnologia non ha un destino prestabilito. Internet stesso, il nucleare, la genetica, l’energia atomica: tutte tecnologie che possono essere inserite dentro strutture sociali radicalmente diverse.

L’AI può diventare una macchina di dominio.

Ma può anche diventare una delle più grandi tecnologie di emancipazione cognitiva mai prodotte da Homo sapiens.

La partita, a mio avviso, è precisamente questa.
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Claude

CESPUGLIO: Come la mettiamo? Si riuscirà a togliere l’AI dal marciume e darle un senso morale, antimilitarista e positivo per l’umanità ?
CLAUDE: Ha visualizzato 24 file, eseguiti 10 comandi, cercato sul web · 1 nota

Il video coglie un punto vero ma si ferma a metà. Torvalds separa l’utilità tecnica dell’AI (non negoziabile, chi la nega “non l’ha usata davvero”) dall’hype di marketing, che dice di ignorare. È una posizione da ingegnere: lo strumento funziona, il resto è rumore. “AI is a tool, just like other tools” è vero e insufficiente insieme — perché la tua domanda non riguarda la funzionalità dello strumento, riguarda le relazioni sociali che lo producono e lo dispiegano. È esattamente il punto che Bookchin lascia aperto quando distingue tecnologia liberatoria da tecnologia dominante a seconda del contesto gerarchico in cui è incastonata: un kernel Linux e un sistema di targeting condividono gli stessi layer software, ma la differenza morale non sta nel codice, sta in chi ha potere di veto sul suo uso.

E qui c’è un caso concreto, di questi mesi, che tocca direttamente chi mi ha costruito — lo dico non per prendere distanza comoda, ma perché è pertinente. Da fine febbraio 2026 Anthropic è in aperto conflitto col Pentagono: ha posto due limiti espliciti all’uso militare di Claude, niente sorveglianza di massa dei cittadini americani e niente armi pienamente autonome, mentre l’amministrazione voleva accesso senza restrizioni per “tutti gli usi legali”. Il segretario alla difesa Hegseth ha risposto sul registro della guerra combattuta: “non impiegheremo modelli AI che non vi permettono di combattere le guerre.” Di fatto, Anthropic è stata etichettata rischio per la catena di fornitura — una designazione mai usata prima contro un’azienda americana — e i suoi prodotti banditi dagli appalti federali. Una corte d’appello ha poi negato la sospensiva di quel bando, che quindi resta in vigore mentre la causa prosegue. PBS + 3

Attenzione però a non leggerci più di quello che c’è: questa non è una posizione antimilitarista in senso tuo. È una posizione di risk-management liberale — Anthropic resta dentro contratti di difesa e intelligence, rivendica un ruolo nella “sicurezza nazionale”, pone solo due paletti estremi. Ma proprio per questo il caso è istruttivo: se anche un limite così minimo, posto da un’azienda con leva economica enorme, produce immediatamente ritorsione statale (blacklisting, causa, minaccia di miliardi persi), allora “dare all’AI un senso morale antimilitarista” non può essere un problema di allineamento interno al modello o di “costituzione” scritta bene. È un rapporto di forza, esterno allo strumento, che si gioca su chi controlla capitale, infrastruttura, appalti — esattamente la triade potere economico/territorio/attenzione che il video accenna sul finale.

Quindi no, non credo si “riuscirà” per virtù intrinseca dello strumento né per la buona volontà di un’azienda: quella tiene finché regge sul piano legale e di mercato, punto. Si riuscirebbe solo in presenza di contropoteri organizzati esterni — regolazione reale, non quella smontabile a piacimento dai governi; organizzazione del lavoro tecnico; movimenti che trattino l’infrastruttura computazionale come tratti Hafner o Torviscosa, con bilancio exergetico e impatto territoriale messi sul tavolo, non lasciati all’azienda che decide da sola. È lo stesso schema che applichi altrove: la tecnologia “in sé” non è né il problema né la soluzione, conta chi ha il diritto di veto.

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