Quattro fisici in un confronto a distanza sull’energia e sul futuro della specie

Luigi Sertorio, Carlo Rovelli, David Deutsch, Richard Feynman messi a confronto con una tagliente analisi dell’intelligenza artificiale sul problema energetico e di sopravvivenza delle specie Homo Sapiens
https://claude.ai/share/17423249-7b71-4dee-83be-7bfe867d2c94

Luigi Sertorio
Cento watt

per il prossimo miliardo di anni
L’ipotetica società formata da N esseri umani forniti di 100 watt di potenza media additiva per persona vive in un certo luogo del pianeta Terra con le condizioni biologiche e climatologiche che a tale luogo competono. Sceglie di posizionarsi in zone opportune dal punto di vista dei flussi naturali. Gestisce una opportuna area geografica circostante. Interagisce con altre società vicine e lontane. I membri di tale società sanno che hanno bisogno di fotoni solari, che quindi sono sottratti dai cicli naturali inorganici e dalla catena trofica della biosfera, hanno bisogno di acqua sottratta dai cicli naturali, hanno bisogno di energia cinetica dei venti, da sottrarre dai cicli atmosferici che distribuiscono le nuvole, e la pioggia e l’evaporazione su tutta la Terra. Questi uomini sono figli della scienza e sanno che ogni modifica artificialmente apportata ai cicli biologici e ai cicli inorganici si ripercuote su tutta la dinamica terrestre. Essi sanno che toccare un ciclo naturale è come toccare un chewingum alla cassa di uno Stradivari: cambia il suono, ma la relazione esatta fra la massa del chewingum, la posizione in cui lo si appiccica e lo spettro di frequenze del suono risultante non la si conoscerà mai. Dunque essi sanno che se bruciamo una foresta qui, tutte le altre società intelligenti se ne accorgeranno osservando gli effetti che arriveranno là; se fanno una diga, una centrale eolica, una centrale fototermica ecc., tutte le altre società intelligenti se ne accorgeranno ovunque siano. Dovranno allora mettersi d’accordo. Le strutture politiche nazionali ed internazionali non saranno certo simili a quelle presenti. Questi uomini figli della scienza si sono posti il compito di operare in modo tale che esseri umani memori del loro insegnamento possano esistere fra un miliardo di anni. Essi dunque sanno che i manufatti appartenenti alla chimica inorganica che producono devono potersi trasformare spontaneamente in fotoni terrestri in un consono periodo di tempo. Capiranno che possono perseguire due strade:
1) Non produrre più scorie.
2) Nascondere le scorie sotto la crosta terrestre ed eiettarle nello spazio extraterrestre.
Ne segue che il vero problema posto alla scienza futura è l’output; creare qualsiasi manufatto purché si trasformi in fotoni»
Luigi Sertorio 2008 “100 watt per il prossimo miliardo di anni” pag 99,100,101

 

Carlo Rovelli
Prepariamoci, ma ce la faremo?

Vediamo una visione
realista e pessimista
“Penso che la nostra specie non durerà a lungo. Non pare avere la stoffa delle tartarughe, che hanno continuato ad esistere simili a se stesse per centinaia di milioni di anni, centinaia di volte di più di quanto siamo esistiti noi. Apparteniamo a un genere di specie a vita breve. I nostri cugini si sono già tutti estinti. E noi facciamo danni. I cambiamenti climatici e ambientali che abbiamo innescato sono stati brutali e difficilmente ci risparmieranno. Per la Terra sarà un piccolo blip irrilevante, ma non credo che noi li passeremo indenni; tanto più dato che l’opinione pubblica e la politica preferiscono ignorare i pericoli che stiamo correndo e mettere la testa sotto la sabbia. Siamo forse la sola specie sulla Terra consapevole dell’inevitabilità della nostra morte individuale: temo che presto dovremmo diventare anche la specie che vedrà consapevolmente arrivare la propria fine, o quanto meno la fine della propria civiltà. Come sappiamo affrontare, più o meno bene, la nostra morte individuale, così affronteremo il crollo della nostra civiltà. Non è molto diverso. E non sarà certo la prima civiltà a crollare. I Maya e Creta ci sono già passati. Nasciamo e moriamo come nascono e muoiono le stelle, sia individualmente che collettivamente. Questa è la nostra realtà.”
Carlo Rovelli 2014 Sette brevi lezioni di fisica.

 


David Deutsch
La controversia è il riscaldamento globale. Ora, io sono un fisico, ma sono il tipo sbagliato di fisico. Per quello che riguarda il riscaldamento globale sono solo un uomo della strada. E la sola cosa razionale da fare per l’uomo della strada è di prendere seriamente la teoria scientifica prevalente. E secondo quella teoria, è già troppo tardi per evitare il disastro. Perché se è vero che la nostra migliore
 opzione al momento è impedire le emissioni di CO2 con cose
 come il Protocollo di Kyoto, con i limiti che impone all’attività economica e i suoi costi di centinaia di milioni di dollari o quanti sono, allora questo è già un disastro da ogni ragionevole punto di vista. E le azioni proposte non sono neanche indirizzate a risolvere il problema, ma semplicemente a posporlo per un po’. Quindi è già troppo tardi per evitarlo, e probabilmente è stato troppo tardi per evitarlo da ancora prima che qualcuno si accorgesse del pericolo. Probabilmente era già tardi negli anni 70, quando la migliore teoria scientifica disponibile ci stava dicendo che le emissioni industriali stavano per far cominciare una nuova glaciazione in cui miliardi di persone sarebbero morte.

Il mondo ora è in fermento con piani per imporre la riduzione delle emissioni di gas a qualunque costo. Dovrebbe essere in fermento su piani per ridurre la temperatura, e su piani per vivere ad una temperatura più alta. E non ad ogni costo, ma in maniera efficace ed economica. Alcuni di questi piani esistono, cose come sciami di specchi nello spazio per deflettere la luce del sole, oppure incoraggiare gli organismi acquatici a mangiare più biossido di carbonio. Al momento, queste sono ricerche di nicchia. Non sono al centro dello sforzo umano per affrontare questo problema, o i problemi in generale. E per i problemi di cui non siamo ancora a conoscenza, la capacità di risolverli – non la pura fortuna di evitarli indefinitamente – è la nostra unica speranza, non solo per risolvere i problemi, ma per sopravvivere. Quindi prendete due tavole di pietra e incidete su di esse. Su una incidete “I problemi possono essere risolti.” E sull’altra incidete “I problemi sono inevitabili.” Grazie.
https://www.ted.com/talks/david_deutsch_on_our_place_in_the_cosmos/discussion?rss=172BB350-0368


Richard Feynman
Benché l’energia si conservi, la natura non sembra interessarsi a questo.

Essa libera una quantità di energia dal sole, ma solo una parte su due miliardi cade sulla terra.
La natura possiede la conservazione dell’energia ma non se ne cura; sperpera una quantità di essa in tutte le direzioni …
Perciò sta ai fisici immaginare come liberarci dal bisogno di energia. Ciò è possibile.

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CESPUGLIO:
Che pensiero politico si può costruire con questi quattro pezzi?
CLAUDE: Questi quattro frammenti costruiscono una conversazione involontaria tra fisici su scala temporale, responsabilità e destino — ma le loro implicazioni politiche divergono in modo radicale, e proprio questa divergenza è feconda.

Il quadro energetico di Sertorio è il più politicamente denso. I 100 watt per persona non sono un dato tecnico neutro: sono un limite normativo, una soglia di giustizia termodinamica. La società che Sertorio immagina ha già risolto il problema del potere politico nel senso bookchiniano — è decentrata, consapevole dei cicli, costretta alla cooperazione tra comunità perché ogni intervento sull’ambiente si percepisce altrove. La frase sul chewing-gum sullo Stradivari è una critica epistemologica al gigantismo industriale: l’effetto esiste, ma la relazione causale precisa è inconoscibile, quindi la prudenza sistemica non è conservatorismo bensì razionalità. Il “vero problema è l’output” — che ogni manufatto si trasformi in fotoni — è un criterio di compatibilità biochimica che esclude strutturalmente la produzione capitalista di scorie permanenti. Nessuna economia di mercato supera questo test.

Rovelli offre la cornice opposta: il pessimismo cosmologico. Siamo una specie a vita breve, i nostri cugini si sono estinti, le civiltà crollano. La lucidità è ammirevole, ma politicamente è paralizzante — o peggio, consolatoria. “Nascono e muoiono le stelle” è una frase esteticamente bella che funziona come anestetico: normalizza il collasso equiparandolo a un processo naturale necessario. Dal punto di vista dell’ecologia sociale, è esattamente il tipo di naturalizzazione che Bookchin avrebbe smontato: trattare una crisi prodotta da rapporti sociali storici come se fosse un destino cosmico cancella l’agentività politica. Rovelli dice la verità sul piano fisico e la sbaglia sul piano politico.

Deutsch è il caso più complicato. Il suo prometeismo — “i problemi possono essere risolti” — sembra ottimista, ma nasconde una petizione di principio: presuppone che la capacità di risolvere problemi si sviluppi in tempo utile, senza interrogarsi su chi risolve, per chi, con quali strutture di potere. Il riferimento alla glaciazione degli anni ’70 come precedente di “scienza sbagliata” serve implicitamente a gettare dubbi sul consenso attuale sul clima — è un argomento da negazionismo soft, peraltro già delegittimato dai fatti. E la geoingegneria (specchi spaziali, stimolo agli organismi acquatici) viene proposta come via maestra senza alcuna riflessione su governance, effetti collaterali, o su chi controllerebbe questi sistemi planetari. È tecnocrazia travestita da ottimismo epistemologico.

Feynman chiude in modo apparentemente innocuo, ma la sua frase è la più ideologicamente carica. “Sta ai fisici immaginare come liberarci dal bisogno di energia” presuppone che il problema energetico sia un problema di scarsità da risolvere con più produzione, più ingegno, più fisica. Ma Sertorio — che è anch’egli un fisico — ha mostrato che il problema non è la scarsità bensì il metabolismo: quanto preleviamo dai cicli, quanto restituiamo e in quale forma. Feynman pensa in termini di primo principio (conservazione dell’energia), Sertorio in termini di secondo principio (entropia, esergia, qualità dell’energia). La differenza non è tecnica: è politica. Il “liberarci dal bisogno” feynmaniano è la promessa dell’abbondanza illimitata che ha legittimato l’industrialismo; il “100 watt” sertoriano è il limite che lo sconfessa.

Il pensiero politico che emerge dalla tensione tra questi quattro pezzi potrebbe essere questo: la fisica del secondo principio è rivoluzionaria, quella del primo principio è conservatrice. Non perché la termodinamica abbia un’ideologia, ma perché il modo in cui si inquadra il problema energetico determina il perimetro del pensiero politico possibile. Se il problema è la scarsità → si legittima la crescita e la tecnocrazia (Feynman, Deutsch). Se il problema è il metabolismo dei cicli → si è costretti a ripensare la produzione, la scala, la governance territoriale (Sertorio). Rovelli ha la lucidità di vedere il disastro ma non gli strumenti per politicizzarlo: il cosmologismo lo lascia a mani vuote proprio nel momento in cui sarebbe necessario un soggetto collettivo.

C’è un quinto elemento implicito, che questi testi non nominano ma che la tua tradizione teorica mette a fuoco: il capitalismo come sistema che sistematicamente esternalizza i costi entropici — li scarica sui cicli naturali, sulle generazioni future, sulle comunità più esposte. Sertorio ne descrive i limiti fisici senza nominar

CESPUGLIO: Sbaglio o manca un pezzo nella tua risposta?
CLAUDE: Non sbagli. La risposta si interrompe nell’ultima frase, proprio nel punto più politicamente rilevante — il capitalismo come sistema di esternalizzazione entropica. Completo:

Il capitalismo come sistema che esternalizza i costi entropici non è un difetto correggibile con regolamentazione: è la sua logica strutturale. Trasformare entropia in profitto privato scaricando il disordine sui commons — atmosfera, fiumi, suoli, cicli biologici — è precisamente ciò che Sertorio rende visibile quando dice che ogni intervento sui cicli si percepisce ovunque. La interconnessione termodinamica che lui descrive è la confutazione fisica dell’ideologia della crescita: non esiste esternalità vera, esiste solo spostamento del costo entropico nello spazio e nel tempo.

Il pensiero politico costruibile da questi quattro frammenti è quindi, in sintesi, questo: la crisi ecologica non è un problema di conoscenza insufficiente (contro Deutsch), né un destino cosmico (contro Rovelli), né una scarsità risolvibile con più fisica (contro Feynman). È la conseguenza necessaria di un modo di produzione che tratta i cicli naturali come serbatoi infiniti di input e discariche infinite di output. Sertorio è l’unico dei quattro che ha già attraversato il secondo principio abbastanza in profondità da capire che il problema è strutturale — e che la soluzione richiede non più tecnica, ma una diversa organizzazione sociale del metabolismo con la biosfera.

Da qui a Bookchin il passo è breve: l’ecologia sociale non è che la traduzione politica di questa intuizione termodinamica.