L’entusiasmo degli under30 nei confronti dell’AI è in caduta libera
Un nuovo sondaggio mostra che l’entusiasmo degli under 30 nei confronti dell’intelligenza artificiale è in caduta libera, sostituito da diffidenza e, in alcuni casi, da aperta ostilità.
I numeri raccontano una parabola netta: l’eccitazione verso l’AI è scesa dal 36% al 22% in un solo anno la rabbia è cresciuta di nove punti, arrivando al 31% solo il 15% riconosce nella tecnologia più benefici che rischi il 48% vede invece esattamente l’opposto
A completare il quadro, quasi 8 ragazzi su 10 temono che l’AI possa compromettere il loro apprendimento e le loro prospettive future.
Negli stessi mesi, i CEO delle Big Tech hanno reagito a questa crescente sfiducia con un misto di irritazione e incredulità, attribuendo il fenomeno alla cattiva informazione, che starebbe dipingendo della realtà un quadro distorto e allarmistico.
Ed è proprio questo doppio binario a raccontare, meglio di qualsiasi dato, il vero nodo della questione.
Mentre dai vertici delle Big Tech arriva la promessa di un futuro paradisiaco alimentato dall’AI, è la gente comune a vivere sulla propria pelle le conseguenze reali (nel bene e nel male) dell’utilizzo di questa tecnologia.
https://news.gallup.com/poll/708224/gen-adoption-steady-skepticism-climbs.aspx
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Vediamo cosa ne pensa l’AI di Deepseek
Il dato che hai condiviso è una fotografia perfetta del cortocircuito in corso tra la narrativa delle Big Tech e l’esperienza concreta delle nuove generazioni. E non è un semplice “umore passeggero”: è un’inversione di tendenza profonda che merita di essere presa molto sul serio.
Dall’entusiasmo alla diffidenza: il tradimento di una promessa
In un solo anno l’eccitazione degli under 30 verso l’AI è crollata di 14 punti, mentre la rabbia è cresciuta fino a sfiorare un terzo del campione. Il fatto che quasi 8 ragazzi su 10 temano per il proprio apprendimento e per le proprie prospettive future non è un rigurgito tecnofobico: è la reazione razionale a un mondo in cui gli strumenti di automazione vengono spesso presentati come sostituti del talento umano anziché come suoi amplificatori.
I fischi dei neo-laureati sono la spia di un’incrinatura più grande
Chi esce dall’università si sente dire che l’AI “creerà nuovi lavori”, ma intanto vede stage e posizioni entry-level cancellati o svuotati di senso. Vede i propri elaborati paragonati a un output di ChatGPT e le aziende che sperimentano tagli proprio mentre i CEO annunciano utili record. Il dissenso non nasce da “cattiva informazione”, ma dall’aver vissuto sulla propria pelle lo scarto tra il futuro paradisiaco promosso dai manager e la realtà fatta di precarietà, disinformazione generativa e meccanismi di enshittification dei servizi digitali.
La reazione dei CEO è la prova del distacco
Attribuire questa sfiducia all’allarmismo mediatico è, nella migliore delle ipotesi, una gigantesca cantonata comunicativa. Significa ignorare che le persone non sono spaventate da un titolo di giornale, ma dall’utilizzo concreto dell’AI che hanno sotto gli occhi: deepfake usati per molestie, algoritmi che decidono l’accesso al credito o al welfare, contenuti sintetici che degradano la qualità dell’informazione. Quando un ragazzo vede il proprio compagno di corso usare un LLM per produrre una tesi mediocre e sapere di essere valutato con lo stesso metro, la diffidenza non è una distorsione: è lucidità.
Non è rifiuto della tecnologia, è richiesta di responsabilità
Lo stesso sondaggio mostra che solo il 15% vede più benefici che rischi. Questo dato non indica un rigetto ideologico, ma un giudizio severo sulla direzione che sta prendendo l’innovazione. La Gen Z non è mai stata contraria alla tecnologia in sé: è cresciuta con lo smartphone in mano. Il punto è che non accetta più la narrazione per cui il progresso tecnico è sempre e comunque un bene, a prescindere da chi ne paga il prezzo.
Cosa ne penso
Penso che stiamo assistendo a un’ondata di scetticismo sanissimo, che potrebbe diventare il più grande stimolo per una regolamentazione efficace e per un’AI progettata davvero al servizio delle persone. I fischi ai big delle Big Tech non sono un capriccio: sono il suono di una promessa tradita. E se i leader dell’industria continueranno a rispondere con irritazione anziché con ascolto, quel 31% di rabbia sarà solo la base di una frattura generazionale sempre più larga.
Vediamo cosa dice l’AI di Claude
Ho letto il report Gallup nella sua interezza. Vale la pena analizzarlo con attenzione, perché i dati contengono sfumature che la sintesi che hai proposto — pur corretta nei numeri — non esaurisce.
Cosa dice davvero il sondaggio
Il dato più interessante non è il calo dell’entusiasmo in sé, ma la struttura interna della distribuzione. L’utilizzo settimanale o quotidiano rimane stabile al 51% — sostanzialmente invariato rispetto al 2025. Questo disaccoppiamento tra uso e fiducia è il nodo analitico centrale: si continua ad adottare lo strumento mentre si intensifica la diffidenza nei suoi confronti. Non è contraddizione — è razionalità adattiva sotto costrizione. Si usa l’AI perché il contesto scolastico e lavorativo lo impone o lo favorisce, non per entusiasmo. gallup
Tra i non-utilizzatori, il 60% dichiara ansia e il 59% rabbia verso l’AI — contro il 28% e il 18% rispettivamente tra gli utilizzatori quotidiani. Questo conferma che la familiarità mitiga le emozioni negative, ma — e qui sta il punto critico — anche gli utilizzatori quotidiani sono significativamente meno entusiasti rispetto all’anno scorso: l’eccitazione è calata di 18 punti, la speranza di 11. Non è quindi ignoranza a produrre scetticismo: è l’esperienza diretta. gallupgallup
Il punto strutturale che i CEO sistematicamente fraintendono
La risposta delle Big Tech — “è disinformazione” — è sia empiricamente sbagliata sia ideologicamente rivelatrice. Il sondaggio mostra che otto Gen Z su dieci ritengono molto o abbastanza probabile che l’uso degli strumenti AI renderà più difficile apprendere in futuro. Non è una percezione distorta da media allarmisti: è una valutazione funzionale del rapporto tra esternalizzazione cognitiva e sviluppo delle proprie capacità. E più Gen Z tende a credere che la tecnologia sia dannosa piuttosto che utile alla propria capacità di elaborare con attenzione le informazioni (42% dannosa, 25% utile) e di generare idee in modo autonomo (38% vs 31%). gallupgallup
Questa non è “cattiva informazione”. È una percezione fenomenologicamente plausibile di come l’esternalizzazione modifica i circuiti cognitivi — una questione su cui la letteratura scientifica è tutt’altro che univocamente rassicurante.
Il “doppio binario” che segnali
La frattura che descrivi — narrativa paradisiaca dall’alto, esperienza materiale dal basso — ha una precisa struttura di classe. I CEO delle Big Tech massimizzano i guadagni dall’adozione di massa: ogni punto percentuale di penetrazione si traduce in valutazione azionaria. Il loro interesse a qualificare lo scetticismo come “disinformazione” è strutturale, non epistemico. Nessuna quantità di evidenza li convincerà che il problema è reale, perché l’obiezione non è un errore cognitivo correggibile con più informazione — è un conflitto di interessi materialissimo.
La Gen Z, che entra nel mercato del lavoro sapendo che l’AI è già lì a ridisegnarne i confini, applica una razionalità difensiva perfettamente comprensibile. I lavoratori della Gen Z ritengono i rischi dell’AI nel mondo del lavoro superiori ai benefici in proporzione superiore a tre a uno (48% vs 15%). Non è un’irrazionalità da correggere: è una lettura del rapporto di forze. gallup
Un’unica riserva metodologica
Il sondaggio è condotto dalla Walton Family Foundation insieme a Gallup — la Walton Foundation è la fondazione della famiglia Walmart, con interessi propri nell’educazione tecnologica. Non invalida i dati, che Gallup gestisce con metodologia probabilistica solida, ma occorre tenere presente che il framing delle “implicazioni” — “Fostering trust in AI among Gen Z will seemingly depend on demonstrating how AI can enhance rather than replace human talents” — è una raccomandazione normativa orientata all’adozione, non una conclusione neutrale dei dati. Il sondaggio registra scetticismo; la conclusione raccomanda di dissolverlo. Le due operazioni non si equivalgono. gallup
In sintesi: i fischi ai neolaureati e questo sondaggio raccontano la stessa cosa con due linguaggi diversi. Non è panico morale né disinformazione — è una risposta socialmente differenziata all’introduzione di una tecnologia che redistribuisce potere e rischio in modo asimmetrico, e che i diretti interessati percepiscono correttamente come tale.
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È un cortocircuito affascinante e, per certi versi, quasi inevitabile. Quello che stiamo vedendo non è un semplice “capriccio generazionale”, ma lo scontro frontale tra la narrazione utopica del marketing e la realtà pragmatica della Gen Z.
Se fossi nei panni dei CEO delle Big Tech, smetterei di dare la colpa alla “cattiva informazione” e inizierei a guardare i fatti da una prospettiva diversa. Ecco perché questo calo di entusiasmo ha perfettamente senso.
1. Dalla “Magia” alla Minaccia Esistenziale
Un anno o due fa, l’AI era l’effetto wow: ci si scrivevano i temi, si creavano immagini divertenti, sembrava un superpotere democratico. Oggi, quegli stessi under 30 stanno entrando (o cercando di entrare) nel mercato del lavoro.
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Il paradosso: Ti viene chiesto di laurearti e specializzarti in un mondo in cui le posizioni entry-level (scrittura, programmazione base, grafica, analisi dati) sono le prime a venire ridimensionate o automatizzate dall’AI.
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La percezione: L’entusiasmo si spegne rapidamente quando ti rendi conto che lo strumento figo con cui giocavi potrebbe essere lo stesso che userà un’azienda per non assumerti.
2. Il fattore “Apprendimento” e la perdita di valore
Il dato sull’apprendimento compromesso (quasi 8 ragazzi su 10) è forse il più profondo. C’è la consapevolezza strisciante che delegare il pensiero critico e la creatività a un algoritmo rischi di “svuotare” il percorso di studi. Se l’AI può fare il mio compito, che valore ha il mio sforzo? E soprattutto, che valore ha il mio pezzo di carta sul mercato? I giovani non sono tecnofobi; sono i primi a usare questi strumenti, ma sono anche abbastanza lucidi da vederne gli effetti collaterali sulla propria crescita intellettuale.
3. L’arroganza delle Big Tech
La reazione dei CEO (irritazione e incredulità) dimostra un forte distacco dalla realtà. Liquidare il dissenso come “disinformazione” è l’errore più vecchio del mondo.
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I leader della Silicon Valley vendono una promessa macroeconomica (“L’AI aumenterà il PIL globale e creerà i lavori del futuro”).
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I ventenni vivono una realtà microeconomica (“Oggi non trovo uno stage perché l’agenzia usa ChatGPT”).
Il punto chiave: C’è un’enorme differenza tra adottare una tecnologia e stimarne l’impatto. La Gen Z usa l’AI quotidianamente per necessità, ma questo non significa che debba amarla o fidarsi ciecamente di chi la produce.
I fischi ai rettori o ai manager durante i pitch e i dati di questo sondaggio Gallup dicono la stessa cosa: l’era della fiducia incondizionata verso la Silicon Valley è finita. I giovani chiedono tutele, etica e, soprattutto, un posto nel futuro che non sia solo quello di spettatori passivi o di “addestratori di algoritmi”.
Pensi che questa diffidenza spingerà i giovani a boicottare attivamente lo sviluppo di queste tecnologie, o cercheranno piuttosto di “regolarle” dall’interno, cambiando i percorsi di studio e di carriera?
